lunedì 16 febbraio 2026

  L’approccio positivo di chi voterà SI’-

Ringrazio il signor Gratteri per il contributo offerto al dibattito sul SI’. Il confronto è sempre utile, soprattutto quando si parla di giustizia.
In Calabria quando lui era Procuratore, negli ultimi dieci anni, lo Stato ha pagato 26 milioni di euro per ingiuste detenzioni. Un dato che impone una riflessione seria: la giustizia deve essere credibile, equilibrata, realmente al servizio dei cittadini.
Il voto di oggi non è solo una scelta tecnica. È una scelta di visione.
Chi vota NO sceglie di lasciare le cose come stanno.
Chi vota SI’, invece, sa che la riforma Nordio è solo il primo passo. Non la soluzione definitiva, ma l’inizio di un percorso necessario per restituire agli italiani una Giustizia con la “G” maiuscola.
Votare SI’ significa credere nel cambiamento.
Significa non rassegnarsi a un sistema che troppo spesso ha mostrato limiti, squilibri e storture evidenti.
Significa:
superare il sistema delle correnti ideologiche attraverso il sorteggio,
garantire reale parità tra accusa e difesa,
eliminare rapporti privilegiati tra chi giudica e una delle parti,
introdurre una vera responsabilità per chi sbaglia, come accade per qualsiasi altro lavoratore.
Votare SI’ significa credere nel merito, nella produttività, nella responsabilità.
Significa pensare in grande per la nostra Nazione, senza paura del futuro.
Noi scegliamo di guardare avanti.
Sappiamo che il cambiamento richiede tempo, determinazione e coraggio. Ma ogni percorso inizia con un primo passo.
Il SI’ è quel passo.
Per una giustizia più giusta.
Per uno Stato più equilibrato.
Per un’Italia che abbia fiducia nel proprio futuro.
#IoVotoSI #Giustizia #Riforma #Futuro #Responsabilità


domenica 15 febbraio 2026

 Non abbiamo bisogno dell'unione europea-

Mentre gli obsoleti Merz e Macron straparlavano a Monaco davanti a Rubio, salvo, in privato, cercare di accreditarsi come l'interlocutore europeo, millantando di "guidare" la "crante potenza" dell'unione, Giorgia Meloni presiedeva un vertice italo africano ad Addis Abeba.
Il duo francotedesco cantava a Monaco, la Meloni agiva in Etiopia.
Il ruolo che sta assumendo l'Italia è ben lontano da quel vassallaggio proprio della visione di Prodi, Letta e Draghi, per "stare dietro" a Germania e Francia.
Il fallimento, dovuto a supponenza, ignoranza ed arroganza, della Francia, ormai cacciata persino dalle sue ex colonie, fa da contrappunto alla espansione dell'influenza Italiana che, oltre ad essere gradita nelle nostre ex colonie, attrae anche stati che, diversamente, sarebbero cadute preda dei cinesi.
Il ruolo paritario che l'Italia è riuscita a proiettare nei propri interlocutori africani, ci dice che non abbiamo bisogno di essere parte di quella Babele che è l'unione e, tanto meno, di cedere ulteriore Sovranità ad quell'ente sovranazionale privo di Storia perchè nato da un tratto di penna su un pezzo di carta, di Cultura comune, di Valori condivisi.
Possiamo agire e dovremmo agire come Nazione, ne abbiamo le capacità, la cultura, la preparazione, le conoscenze, le strutture.
Non dobbiamo "stare dietro" a nessuno, ma solo proporre le nostre idee e valorizzare le nostre capacità.
L'unione europea sarebbe solo un freno, un tappo alla genialità Italiana.
Diverso il discorso di uno spazio economico di libertà negli scambi, nelle merci, nel lavoro.
Sarebbe la realizzazione di un principio liberale che porterebbe solo benefici e non dovrebbe essere circoscritto alle sole nazioni europee, ma esteso ad, almeno, tutto il Mondo Occidentale, includendo in tale definizione anche l'Australia, il Giappone, la Nuova Zelanda, la Corea del Sud, Formosa e altre nazioni che si richiamano ad una economia di Mercato.
Dazi, invece, giustamente, nei confronti delle merci, del lavoro, proveniente da quelle nazioni che operano in un sostanziale dumping, comprimendo i diritti dei lavoratori e non curandosi dell'aspetto sanitario e della nocività dei prodotti, unicamente per poterli produrre a costi più bassi.
E per avere uno spazio comune economico, non dobbiamo rinunciare ad un briciolo della nostra Sovranità.

sabato 14 febbraio 2026

 Il ciclone Trump e il Green Deal: una riflessione personale-

In queste ore si parla molto dell’ordine esecutivo con cui il Presidente Trump ha archiviato le precedenti direttive sull’energia introdotte ai tempi di Barack Obama, ripristinando un approccio più orientato al libero mercato nel settore energetico.
Una scelta che segna una svolta: meno vincoli sulle emissioni di CO₂, stop a incentivi che — secondo questa visione — alteravano la concorrenza tra tecnologie, e un passo indietro rispetto a diversi accordi internazionali sul clima.
Personalmente, non mi hanno mai convinto le narrazioni che attribuiscono all’uomo la quasi totalità delle responsabilità del cambiamento climatico. Scienziati come Antonino Zichichi, Carlo Rubbia e Romano Prodi hanno più volte sottolineato quanto il fenomeno sia complesso e quanto incidano fattori naturali, a partire dall’attività solare.
Ho sempre avuto la sensazione che dietro il cosiddetto “Green Deal” si sia sviluppato anche un enorme interesse economico: nuovi mercati, nuove filiere, nuove rendite. E l’Europa, più di altri, sembra aver scelto di caricarsi sulle spalle costi enormi — pubblici e privati — mentre grandi economie come Cina, India, Russia e ora anche gli Stati Uniti seguono strade diverse.
La domanda che mi pongo è semplice:
possiamo permetterci di proseguire su una strada che pesa su imprese e famiglie, quando il nostro contributo globale è marginale?
Forse è il momento di rimettere al centro pragmatismo, competitività e realismo economico. L’ambiente va tutelato, certo. Ma senza ideologie, senza autoflagellazioni, senza politiche che rischiano di indebolire chi le adotta.
Osserviamo, analizziamo, discutiamo.
Il dibattito è aperto — ed è giusto che lo sia.

lunedì 9 febbraio 2026

 Le Olimpiadi dimostrano che l’Europa non è una Nazione-

Bellissima la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026: stile, eleganza, identità Nazionale. Un netto contrasto, a mio avviso, con la deriva più spettacolare e discutibile vista a Parigi 2024.
Unico neo: l’assenza della Russia, dei suoi atleti e della sua bandiera. Perché lo sport dovrebbe restare sport. Gli atleti dovrebbero poter gareggiare sotto i colori della propria Nazione, senza che la politica (con la “p” minuscola) condizioni le competizioni. Ipocrisia pura di chi prima o poi bacerà il culo a Putin-
E a proposito di bandiere: mancava anche quella dell’Unione Europea.
E nessuno ne ha sentito la mancanza.
Questo dimostra una cosa semplice: l’Unione Europea non è una Nazione. È una costruzione politica e istituzionale, non un popolo unito da identità, storia e sentimento comune.
Immaginiamo per un attimo una squadra olimpica “europea”:
Con quali criteri verrebbe composta? In proporzione alla popolazione, come in un vero Stato? Oppure secondo logiche burocratiche simili a quelle delle istituzioni europee?
In modo paritario come la commissione dove una estone, stato da 1,4 milioni di abitanti, ha un commissario (e alla politica estera !) come Italia, Germania e Francia ?
Lo sport premia il merito.
Le Nazioni rappresentano popoli reali.
Se l’Europa non è una Nazione, forse dovrebbe tornare a essere ciò per cui era nata: un’unione economica di libero scambio tra Stati sovrani, nel rispetto delle identità e delle autonomie nazionali.