domenica 14 giugno 2026

L’ITALIA AGLI ITALIANI: SE DIFENDERE LA PATRIA DIVENTA UNA COLPA

A Cesena, nella "rossa" Emilia-Romagna, due studenti dell’ultimo anno di liceo sono stati condannati a scrivere una tesina "rieducativa" dal titolo "Gli africani siamo noi".

Siamo di fronte a un metodo che ricorda da vicino la rivoluzione culturale maoista o le purghe sovietiche, figlio dello stesso filone oscurantista che secoli fa si esprimeva con i tribunali dell'Inquisizione. Oggi, i paladini del "politicamente corretto" e del cattocomunismo esigono la sottomissione ideologica: chi non si allinea all'agenda dell'immigrazione incontrollata — che sottrae risorse ai nostri cittadini per destinarle a vitto, alloggio e cure per i clandestini — deve essere "rieducato".

Proprio questi ragazzi, però, ci infondono speranza nel futuro.

Con lucidità e coraggio, hanno risposto citando Carducci. Ma la verità più profonda ci arriva da Alessandro Manzoni, che nei suoi versi ci ricorda come l'Italia sia: "Una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue e di cor".

Il Patriottismo non è roba da museo

L’Italia ha una storia, una cultura e una tradizione che meritano di essere difese e valorizzate. Essere patriottici non significa odiare qualcuno, ma amare ciò che siamo, ciò che abbiamo costruito nei secoli e ciò che vogliamo trasmettere alle future generazioni.

Nessuna legge sulla cittadinanza facile, nessun tratto di penna burocratico potrà mai rendere italiano chi non lo è nel sangue, nella storia e nella cultura. Finché ci saranno giovani pronti a tenere accesa la fiamma dell'identità, il futuro non sarà del tutto oscuro.

Mio nonno, che nella Prima Guerra Mondiale fece del suo “petto una barriera” contro gli invasori e che nella Seconda si prodigò per la nostra Nazione, oggi si sta rivoltando nella tomba a vedere in che modo viene svenduto il nostro Paese.

Il futuro dell’Italia dipende anche dalla capacità di unire identità e apertura, senza rinunciare a ciò che ci rende unici.

Perché amare il proprio Paese non è mai qualcosa di cui vergognarsi.

Giù le mani dai nostri ragazzi, giù le mani dalla nostra identità. L'Italia appartiene agli Italiani! 🛑👇

#ItaliaAgliItaliani #Patriottismo #Cesena #IdentitàNazionale #Tradizione #LibertàDiPensiero




martedì 9 giugno 2026

 I tre marmittoni

Ieri, a Londra, tre traballanti capi di stato o di governo (Starmer, Mertz e Macron) hanno ricevuto con tutti gli onori lo scaduto presidente ucraino (sono due anni di prorogatio del suo mandato senza che si parli di elezioni).
Dopo lunghe (😒) e ponderate (😧) riflessioni (😂)hanno rilasciato un documento in cinque punti che, praticamente, intima alla Russia di smetterla di fare la prepotente perchè altrimenti ... ci arrabbiamo.
Ma, a differenza di Bud Spencer e Terence Hill che, quando si arrabbiavano, mollavano sganassoni epocali che facevano volare i cattivi da una stanza all'altra, i tre marmittoni, senza la copertura degli Stati Uniti impegnati su questioni più rilevanti come i dossier Cuba e Iran, devono limitarsi ad ululare alla Luna.
Molto bene Giorgia Meloni che, avendo dichiarato in tempi non sospetti che l'Italia mai avrebbe inviato i propri soldati sul terreno del conflitto, non ha partecipato a quella pantomima.
Se i tre marmittoni hanno tanta voglia di menar le mani, perchè non partecipano alla liberazione dello Stretto di Hormuz e alla cacciata degli ayatollah (unica soluzione, perchè qualunque accordo con simili integralisti è destinato a diventare carta straccia dopo un giorno, un mese o un anno): agendo tutti assieme si porrebbe fine molto prima al danno che quel regime porta alle nostre economia ed alla nostra sicurezza.



venerdì 5 giugno 2026

🔴 L’ILLUSIONE TRADITA: Perché il centrodestra in Veneto sta facendo una figura barbina sull'Autonomia

Nel 2017 il popolo veneto aveva risposto in massa: un plebiscito storico, con oltre due milioni di cittadini (il 98% dei votanti) uniti nel chiedere un Veneto autonomo. Quella stagione di speranze, guidata dal centrodestra regionale con la bandiera di San Marco ben in vista, prometteva una svolta epocale.

Oggi, però, dopo anni di slogan e dopo quasi quattro anni di governo nazionale guidato dal centrodestra, la domanda è inevitabile: dov'è finita l'autonomia promessa ai veneti?

Lo stesso centrodestra saldamente al Governo del Paese, lo scenario si è trasformato in una clamorosa e imbarazzante frenata. La montagna dell'autonomia differenziata ha partorito un topolino burocratico. Perché i Veneti si sentono traditi?

La risposta sta in tre nodi politici e strutturali che la coalizione non riesce (o non vuole) sciogliere.

1. Il "Freno a Mano" della Destra Nazionalista

Il primo cortocircuito è ideologico e di equilibri di potere romani. La coalizione di centrodestra è a trazione Fratelli d'Italia, un partito strutturalmente centralista e patriottico.

Per anni Lega e centrodestra hanno sostenuto che il vero ostacolo fosse Roma, governata da maggioranze ostili. Ma dal 2022 Roma è governata proprio da chi aveva promesso di realizzare quella riforma. Eppure il risultato concreto è che il Veneto non ha ancora ottenuto quell'autonomia ampia e sostanziale che era stata presentata come imminente.

  • Il baratto politico: Per concedere la legge quadro sull'autonomia (la Legge Calderoli), la Lega ha dovuto cedere sul Premierato, la riforma carissima a Giorgia Meloni che accentra i poteri a Roma.
  • Il risultato: L'autonomia è diventata una bandierina elettorale svuotata di reale sostanza finanziaria, sacrificata sull'altare della tenuta del governo nazionale.

2. La trappola insuperabile dei LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni)

La vera beffa tecnica è stata l'introduzione dei LEP. La legge prevede che nessuna materia strategica possa essere trasferita al Veneto finché non verranno calcolati e finanziati i livelli minimi di servizio per tutte le altre regioni italiane (per non creare sperequazioni).

  • Il blocco economico: Finanziare i LEP a livello nazionale richiede decine di miliardi di euro che lo Stato italiano, stretto nella morsa del debito pubblico e dei vincoli europei, semplicemente non ha.
  • Senza soldi per il Sud, non partono le competenze per il Veneto. Un vicolo cieco perfetto per rimandare l'autonomia a tempo indeterminato.

3. La "Burocratizzazione" e la mannaia della Consulta

I recenti pronunciamenti e i paletti della Corte Costituzionale hanno ulteriormente smontato l'impianto della riforma. Quella che doveva essere una devolution fluida e identitaria si è trasformata in un "fascicolo amministrativo" fatto di lunghe e farraginose pre-intese Stato-Regione (sulle materie non-LEP come la Protezione Civile o i rapporti internazionali) che non cambiano la vita quotidiana dei cittadini.

📊 Il confronto: Dalle promesse alla realtà

Cosa era stato promesso (2017)

La realtà dei fatti (Oggi)

9/10 dei tributi trattenuti sul territorio (il residuo fiscale).

Invarianza finanziaria: lo Stato non cede un euro di tasse in più; il trasferimento avviene solo a parità di spesa storica.

23 materie richieste in blocco (Sanità, Scuola, Infrastrutture...).

Trattative al ribasso su pochissime materie "minori". Scuola e grandi asset restano blindati a Roma.

Tempi rapidi: "Autonomia subito".

Iter infinito, subsubdeleghe e veti incrociati dei ministeri romani.

La ballata delle scuse: Per anni a Venezia ci è stato raccontato che l'autonomia non arrivava "perché a Roma c'era il PD", o "perché c'erano i Cinque Stelle", o "perché Draghi era un tecnico". Ora che la filiera istituzionale è identica – stesso colore politico a Venezia e a Palazzo Chigi – la narrazione è crollata. Non ci sono più alibi.

In conclusione

Dire che il centrodestra "non vuole" l'autonomia sarebbe ingiusto nei confronti di chi, a livello locale, ci ha speso la carriera. Ma la verità politica è un'altra: il centrodestra veneto si è fatto commissariare da quello romano.

Hanno usato il consenso del referendum del 2017 come carburante elettorale, ma una volta arrivati nella stanza dei bottoni hanno preferito la stabilità della coalizione a Roma piuttosto che la dignità delle richieste dei Veneti. Una figura barbina difficile da nascondere con i prossimi comunicati stampa.

#PoliticaVeneta #Autonomia #Veneto #Lega #Centrodestra #Referendum2017




 

mercoledì 3 giugno 2026

Nato vari anni dopo il referendum istituzionale, ho vissuto (benissimo) per gran parte della mia vita senza mai pormi il problema di quale forma istituzionale fosse la migliore. Cresciuto in regime repubblicano, ho dato a lungo per scontata questa scelta, ritenendola quasi marginale: in fondo, non avrebbe comunque cambiato il parlamentarismo su cui l'Italia si è sempre fondata fin dal 1861.

I dubbi hanno cominciato a farsi strada con l'arrivo di Sandro Pertini. È lì che siamo passati dai "presidenti-notai" — figure davvero super partes, che si facevano sentire quasi solo per i telegrammi di congratulazioni o condoglianze — ai presidenti interventisti.

Uomini capaci di sfruttare ogni minima piega della Costituzione del 1948 per interferire nella vita politica, alterando i rapporti di forza usciti dalle urne (anche solo con la nomina strategica di qualche senatore a vita per puntellare maggioranze traballanti).

Il ruolo dell'Arbitro (mancato)

La figura del Presidente della Repubblica avrebbe dovuto rappresentare l'unità della Nazione: un arbitro e un garante. Il compito di governare e fare le leggi spettava — e dovrebbe spettare — solo al Governo e al Parlamento eletto dal Popolo.

Invece, al Quirinale si sono succeduti soggetti che:

  • Avevano avuto una parte attiva e divisiva nel dibattito politico.
  • Portavano il peso di gravi responsabilità economiche (come Ciampi e l'inutile, dispendiosa difesa della parità della Lira nello SME, che ci costò una percentuale altissima delle nostre riserve).

Il risultato? Uomini di parte che a malapena riuscivano a mascherare la propria appartenenza o l'appoggio a una determinata fazione.

Il paradosso del 2 Giugno

Oggi, in questa giornata di "sbrodolamento" retorico per l'anniversario del referendum istituzionale, non posso fare a meno di riflettere. Certo, i problemi economici e di politica estera sono ben più urgenti, ma il comportamento dei presidenti da Pertini in poi (con l'unica eccezione di Cossiga, che meriterebbe un discorso a parte per la clamorosa svolta tra la prima e la seconda metà del mandato) lascia l'amaro in bocca.

Non potendo avere una repubblica presidenziale (che sarebbe la forma a me più congeniale), mi ritrovo a pensare che sarebbe meglio avere un Re.

Sì, un Re a vita, con successione dinastica, piuttosto che un presidente elettivo che:

  1. Interferisce nella vita politica a favore della sua fazione.
  2. Si offende se glielo si fa notare.
  3. Reclama prerogative costituzionali che emergono sempre a senso unico.
  4. Pretende, nonostante tutto, di rappresentarci tutti.

Un monarca non proviene dall'agone politico, non è stato ministro in governi di parte e non avrebbe interessi di fazione nell'approcciarsi a un governo, di qualunque colore esso sia.

È così che, presidente dopo presidente, uno diventa monarchico.

Viva il RE.