Il ciclone Trump e il Green Deal: una riflessione personale-
In queste ore si parla molto dell’ordine esecutivo con cui il Presidente Trump ha archiviato le precedenti direttive sull’energia introdotte ai tempi di Barack Obama, ripristinando un approccio più orientato al libero mercato nel settore energetico.Una scelta che segna una svolta: meno vincoli sulle emissioni di CO₂, stop a incentivi che — secondo questa visione — alteravano la concorrenza tra tecnologie, e un passo indietro rispetto a diversi accordi internazionali sul clima.
Personalmente, non mi hanno mai convinto le narrazioni che attribuiscono all’uomo la quasi totalità delle responsabilità del cambiamento climatico. Scienziati come Antonino Zichichi, Carlo Rubbia e Romano Prodi hanno più volte sottolineato quanto il fenomeno sia complesso e quanto incidano fattori naturali, a partire dall’attività solare.
Ho sempre avuto la sensazione che dietro il cosiddetto “Green Deal” si sia sviluppato anche un enorme interesse economico: nuovi mercati, nuove filiere, nuove rendite. E l’Europa, più di altri, sembra aver scelto di caricarsi sulle spalle costi enormi — pubblici e privati — mentre grandi economie come Cina, India, Russia e ora anche gli Stati Uniti seguono strade diverse.
La domanda che mi pongo è semplice:
possiamo permetterci di proseguire su una strada che pesa su imprese e famiglie, quando il nostro contributo globale è marginale?
Forse è il momento di rimettere al centro pragmatismo, competitività e realismo economico. L’ambiente va tutelato, certo. Ma senza ideologie, senza autoflagellazioni, senza politiche che rischiano di indebolire chi le adotta.
Osserviamo, analizziamo, discutiamo.
Il dibattito è aperto — ed è giusto che lo sia.
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