Nato vari anni dopo il referendum istituzionale, ho vissuto (benissimo) per gran parte della mia vita senza mai pormi il problema di quale forma istituzionale fosse la migliore. Cresciuto in regime repubblicano, ho dato a lungo per scontata questa scelta, ritenendola quasi marginale: in fondo, non avrebbe comunque cambiato il parlamentarismo su cui l'Italia si è sempre fondata fin dal 1861.
I dubbi hanno cominciato a farsi strada con l'arrivo di
Sandro Pertini. È lì che siamo passati dai "presidenti-notai"
— figure davvero super partes, che si facevano sentire quasi solo per i
telegrammi di congratulazioni o condoglianze — ai presidenti interventisti.
Uomini capaci di sfruttare ogni minima piega della
Costituzione del 1948 per interferire nella vita politica, alterando i rapporti
di forza usciti dalle urne (anche solo con la nomina strategica di qualche
senatore a vita per puntellare maggioranze traballanti).
Il ruolo dell'Arbitro (mancato)
La figura del Presidente della Repubblica avrebbe dovuto
rappresentare l'unità della Nazione: un arbitro e un garante. Il compito di
governare e fare le leggi spettava — e dovrebbe spettare — solo al Governo e al
Parlamento eletto dal Popolo.
Invece, al Quirinale si sono succeduti soggetti che:
- Avevano
avuto una parte attiva e divisiva nel dibattito politico.
- Portavano
il peso di gravi responsabilità economiche (come Ciampi e
l'inutile, dispendiosa difesa della parità della Lira nello SME, che ci
costò una percentuale altissima delle nostre riserve).
Il risultato? Uomini di parte che a malapena riuscivano a
mascherare la propria appartenenza o l'appoggio a una determinata fazione.
Il paradosso del 2 Giugno
Oggi, in questa giornata di "sbrodolamento"
retorico per l'anniversario del referendum istituzionale, non posso fare a meno
di riflettere. Certo, i problemi economici e di politica estera sono ben più
urgenti, ma il comportamento dei presidenti da Pertini in poi (con l'unica
eccezione di Cossiga, che meriterebbe un discorso a parte per la clamorosa
svolta tra la prima e la seconda metà del mandato) lascia l'amaro in bocca.
Non potendo avere una repubblica presidenziale (che
sarebbe la forma a me più congeniale), mi ritrovo a pensare che sarebbe meglio
avere un Re.
Sì, un Re a vita, con successione dinastica, piuttosto che
un presidente elettivo che:
- Interferisce
nella vita politica a favore della sua fazione.
- Si
offende se glielo si fa notare.
- Reclama
prerogative costituzionali che emergono sempre a senso unico.
- Pretende,
nonostante tutto, di rappresentarci tutti.
Un monarca non proviene dall'agone politico, non è stato
ministro in governi di parte e non avrebbe interessi di fazione
nell'approcciarsi a un governo, di qualunque colore esso sia.
È così che, presidente dopo presidente, uno diventa
monarchico.
Viva il RE.
