martedì 25 novembre 2025

 È finalmente terminata la tornata regionale in Veneto-

Complimenti ad Alberto Stefani, giovane Presidente.
Ci sono vinti e vincitori, ma entrambi ora dovrebbero impegnarsi in una politica di crescita, autonomia e, soprattutto, al servizio dei cittadini — non dei 10.000 € di stipendio.
Poi ci sono quelli, come in Forza Italia, che sì, è vero: nelle regionali venete del 2020 il partito è cresciuto. Ma su Europee e Politiche è peggiorato, e questo la dice lunga su come abbiano lavorato certi politicanti proiettati in una dimensione non loro.
Ora il signor “doppia cifra, doppia cifra” faccia autocritica: faccia un passo indietro e rifletta sul perché i Berlusconiani non siano andati in massa a votare. Forse perché scontenti di come viene gestito il partito?
Serve ripartire dallo zoccolo duro, dai veri Berlusconiani. Altrimenti sì che arriveranno le mazzate.
Si è visto chiaramente che i fuoriusciti da altri partiti, in cerca di gloria e candidature, i saltimbanco di professione approdati in pompa magna in FI, non hanno portato alcun valore al movimento. Anzi: sono stati rimbalzati. Ora mi auguro spariscano tra le nebbie invernali.
Se non fosse stato per la combattente, piccola guerriera Elisa Venturini e per altri portatori di voti importanti, oggi si parlerebbe di debacle. Basta leggere le percentuali in alcuni territori, dove non si supera il 3–4%, restando fuori da tutti i consigli comunali.
Certo, il buon Tosi nella sua Verona ha fatto la differenza, ma dubito avrà mai un assessorato di peso, e dubito che rinuncerà a uno scranno prestigioso come quello europeo per la Regione Veneto— con buona pace del bravo Alberto Bozza, che riavrà il suo seggio regionale. Avremo sì, forse un assessorato, ma chiamarlo prestigioso è tutto da vedere.
Forza Italia appartiene a tutti coloro che hanno militato, votato e fatto votare con passione, amore e dedizione. È sempre stata una “penisola felice”: con animo liberale, istinto socialista, spirito democristiano e indole repubblicana.
Oggi, invece, sembra essere diventata cosa per pochi e per il loro tornaconto personale, accompagnati da un seguito di “lacchè”.
Forza Italia è nata per dare sogni, speranze e certezze a un popolo complicato ma meraviglioso. Ora serve coraggio. Il coraggio di ribellarsi.
O dobbiamo ammettere che è stato tutto tempo perso?
#VeriBerlusconiani #ForzistiPrimaOra #AlessioZanon #Nostradamus

domenica 23 novembre 2025

 Oggi e domani, finalmente, si chiude questa ennesima stanca liturgia delle elezioni regionali in Veneto. Certo, il risultato è noto da mesi: il centrodestra stravince contro una sinistra anacronistica, scollegata dalla realtà e incapace di parlare al presente. Ma ciò che davvero balzerà agli occhi sarà il numero di chi non andrà a votare: un esercito crescente di cittadini stufi, delusi, disillusi. E non solo dalla sinistra, ma anche da un centrodestra ormai senza rotta, pieno di improvvisati, saltimbanchi che passano da un partito all’altro senza mai diventare qualcosa di più dei soliti “buoni a nulla”.

Domani pomeriggio sapremo chi entrerà in Consiglio: facce nuove o vecchie glorie riciclate, e soprattutto chi verrà trombato — finalmente. Qualcuno di questi “pezzi grossi” sparirà dalla scena, e non sarà certo un dramma collettivo. Anzi.
Avremo anche modo di valutare i “fenomeni” alla guida dei partiti: non solo per i loro risultati personali, ma per ciò che hanno prodotto (o non prodotto) per l’intero schieramento. E lì, statene certi, non risparmieremo critiche né richieste di dimissioni, soprattutto per quelli che hanno passato mesi a farsi belli sui giornali con proclami e promesse da teatro di provincia.
Intanto, il carrozzone del Consiglio Regionale tornerà a muoversi come sempre: inutile, pesante, costoso. Diecimila, dodicimila euro al mese a testa per fare cosa, esattamente? Anni a parlarci dell’autonomia — un mantra, un’ossessione — e alla fine dov’è? Negli slogan, nei comizi, nei titoli dei giornali: non certo nella vita dei cittadini, che continuano a fare code interminabili per avere un servizio sanitario decente, con RSA al collasso e prestazioni che sembrano da terzo mondo.
A molti di loro, finalmente, diremo addio. E per quelli nuovi che arriveranno, che almeno sentano già suonare la campana: è il rintocco dell’avviso di sfratto, se non cambieranno qualcosa davvero.
#AlessioZanon #ForzaVeneto

sabato 22 novembre 2025

 La responsabilità è personale, non di un genere né della società-

Ho taciuto a lungo, per rispetto verso il dolore di chi ha visto strappare ai propri affetti delle persone care. Tuttavia, dopo aver ascoltato la dichiarazione della madre di una vittima che, commentando una durissima condanna all’ergastolo dell’omicida, attribuisce colpe “alla società”, mi sento nel pieno diritto di contestare questa affermazione. Colgo anche l’occasione per criticare quelle dichiarazioni – soprattutto da parte di certi uomini – che pretendono di parlare, impropriamente e senza alcun titolo, a nome dell’intero genere maschile, autoflagellandosi forse per captatio benevolentiae, per poi farsi incoronare come il prototipo del “maschio sottomesso” che alcune femministe vorrebbero imporre come nuovo modello universale.
Approfitto inoltre per dichiararmi totalmente contrario alla legge attualmente in votazione in Parlamento, che ha ottenuto l’unanimità (!!!) alla Camera, e che introduce la formula del “consenso libero e attuale”: un’espressione che fa rabbrividire e che, evidentemente, è sfuggita al buon senso dei deputati.
Si tratta infatti di un’inversione dell’onere della prova che viola apertamente la Costituzione — in altre circostanze elevata a idolo intoccabile — poiché rende l’imputato responsabile di dimostrare la propria innocenza anziché obbligare l’accusa a fornire prove della colpevolezza.
Ma, soprattutto, rappresenta una vera e propria probatio diabolica: le interpretazioni più diffuse di quella formula sostengono che “attuale” significhi per l’intera durata del rapporto.
Ma come si può pretendere una cosa simile?
E come ci si regola in situazioni in cui, magari dopo venti o trent’anni, riappare qualche soubrette mancata che tenta di spillare denaro a un vecchio amante divenuto nel frattempo una figura di rilievo, magari politica (ma non solo)?
Assistiamo a una deriva civile e morale che stravolge non solo il diritto — che, essendo solo un pezzo di carta trasformato in legge, può essere modificato o ribaltato in qualsiasi momento, non appena cambia il vento — ma anche il più elementare buon senso.
Responsabile di un omicidio o di un atto di violenza è chi lo commette, non il suo genere di appartenenza (ovviamente solo se si tratta di un Uomo Bianco, poiché quando l’autore è un immigrato si sprecano le giustificazioni incentrate sul “poverino”; mentre gli omicidi commessi da donne vengono spesso declassati e rapidamente dimenticati!) e tantomeno la società.
Meno male che alla mia età ho perso tanta velleità da gallo cedrone...



venerdì 14 novembre 2025

 Ilva: meglio chiuderla che nazionalizzarla-

C’era una volta l’acciaio, con grandi fabbriche che davano lavoro a migliaia di operai e garantivano sostentamento a intere comunità. Poi è iniziato un lungo declino. Le pressioni dei movimenti ambientalisti – spesso caratterizzati da un approccio radicale e poco incline alla mediazione – si sono sommate alle decisioni della magistratura, che ha imposto vincoli stringenti senza preoccuparsi troppo delle compatibilità economiche.
A questo si sono aggiunte le scelte dei politici locali che chiamarli incapaci è poco, pronti a cavalcare qualsiasi protesta: ora quella di chi chiedeva aria più pulita, ora quella di chi reclamava la salvaguardia dei posti di lavoro. Nel mezzo, i sindacati, che hanno oscillato da una posizione all’altra nella pretesa, irrealistica, di conciliare tutto: tutela dell’occupazione, sicurezza, ambiente e continuità produttiva.
Intanto la più importante acciaieria d’Europa riduceva progressivamente la produzione. I proprietari vedevano calare i margini e con essi si riduceva anche il lavoro disponibile. L’uscita di scena – tra processi e polemiche – degli ultimi amministratori che, pur tra mille difficoltà, avevano mantenuto in piedi i conti, ha segnato un’ulteriore accelerazione della crisi. Ministri improvvisati hanno poi messo mano al dossier con proclami e promesse il cui peso ricade inevitabilmente su chi viene dopo
Oggi i nodi sono tutti arrivati al pettine. I sindacati, invece di cogliere l’occasione per collaborare alla salvezza dei posti di lavoro, hanno interrotto il tavolo con il Governo e avanzato quella che viene presentata come la “grande soluzione”: la nazionalizzazione dell’Ilva. In altre parole, trasferire al bilancio pubblico perdite e costi di una gestione che, allo stato attuale, appare sempre più insostenibile.
È un film già visto. Lo stesso percorso che ha portato Alitalia a divorare miliardi di fondi pubblici prima di essere ceduta agli stranieri, nella speranza che quel salasso fosse finalmente concluso – un po’ come applicare uno “stop loss” in Borsa: quel che è perso è perso, meglio non insistere nell’errore.
Per questo auspico che il Governo mantenga una linea ferma e rifiuti la nazionalizzazione. L’Italia non ha bisogno di tornare ai tempi in cui si socializzavano le perdite e si privatizzavano gli utili, come accadeva con Alitalia o con i sostegni alla Fiat. Se esiste un imprenditore disposto a investire nell’Ilva e a gestirla traendo profitto – perché nessun imprenditore opera per rimetterci – allora gli si venda l’intero asset. Ma se un acquirente non c’è, allora chiudere lo stabilimento è una soluzione più razionale che caricare di nuove spese le casse pubbliche.
Costerebbe di meno, anche nel lungo periodo, sostenere temporaneamente i lavoratori mentre trovano nuove opportunità, o lasciare che il libero mercato favorisca la nascita di nuove imprese, come ricordava la Thatcher, piuttosto che continuare uno stillicidio di miliardi per mantenere in vita una fabbrica improduttiva e gravata da normative ambientali sempre più onerose.
Diversamente, sarebbe l’ennesimo spreco di risorse pubbliche, sulla scia dei miliardi bruciati per Alitalia o del superbonus 110%, che ha pesato enormemente sul bilancio dello Stato.

martedì 11 novembre 2025

 Perché votare SÌ alla separazione delle carriere: basta con la giustizia a due pesi e due misure-

Ci raccontano che “la magistratura è indipendente”, che “non bisogna toccarla” perché “è un pilastro della democrazia”. Tutto vero, in teoria. Peccato che in pratica l’indipendenza si sia trasformata in autoreferenzialità, e il “pilastro” somigli sempre più a una torre chiusa, dove pochi decidono per tutti e nessuno paga mai per i propri errori.
Il nodo: giudici e PM non possono stare nello stesso recinto
Oggi in Italia pubblici ministeri (PM) e giudici fanno parte dello stesso corpo, si formano insieme, spesso si scambiano i ruoli nel corso della carriera, e rispondono allo stesso organo di autogoverno, il CSM.
Tradotto: chi accusa e chi giudica appartiene alla stessa “famiglia”.
In qualunque altro ambito – dal calcio alla politica – questo si chiamerebbe conflitto d’interessi.
Come si può credere che un giudice sia davvero terzo se proviene dalla stessa carriera del PM che porta l’accusa in aula? È come chiedere all’arbitro di fischiare contro la propria squadra.
La separazione delle carriere è una garanzia per tutti
Non è una vendetta contro i magistrati, né un “attacco alla giustizia”. È, al contrario, una difesa della giustizia vera, quella imparziale.
Separare le carriere significa che il giudice farà solo il giudice, con una formazione orientata all’imparzialità e al diritto; e il PM farà solo il PM, con un ruolo di parte, come accade in ogni democrazia matura.
Negli Stati Uniti, in Francia, in Germania – paesi dove la democrazia non è certo in discussione – il PM è distinto dal giudice. Perché da noi no? Perché qui si teme che perdere il monopolio del sistema significhi perdere potere.
Il “partito delle toghe” non vuole perdere il controllo
La verità è che una parte della magistratura, quella più politicizzata, ha costruito un potere enorme: decide chi indagare, chi no, quando farlo, e spesso orienta la vita politica del Paese.
Si è vista più di una volta la giustizia usata come clava per distruggere avversari politici, salvo poi, anni dopo, archiviazioni e assoluzioni nel silenzio generale.
Ma intanto le carriere, le reputazioni, le vite, sono già state rovinate.
Non è questione di destra o sinistra: è questione di libertà
Votare SÌ non è un voto “contro” i magistrati onesti, ma contro un sistema che non funziona più.
È un voto per la chiarezza dei ruoli, per un processo giusto, per una giustizia che non debba più essere “temuta” ma rispettata.
Chi difende lo status quo difende solo se stesso.
Conclusione
La separazione delle carriere non tocca l’indipendenza della magistratura: la rafforza.
Chi teme la trasparenza, teme la responsabilità.
Per questo, al referendum, votare SÌ è un atto di coraggio civile.
È dire basta a un potere chiuso, opaco e autoreferenziale.
È chiedere una giustizia davvero al servizio dei cittadini – e non dei magistrati stessi.
Che i PM vadano col cappello in mano dal Giudice...



martedì 4 novembre 2025

 Inghilterra: sguardo su un futuro da fine Impero...

Dal Regno Unito di Starmer arrivano solo allarmi che dovrebbero essere raccolti anche in Italia.
La massiccia invasione di stranieri, estranei — totalmente estranei — all’identità, alla storia, alla cultura britannica, cui comunque, con un malinteso senso imperiale, è stata concessa prima la residenza e poi la cittadinanza, sta portando a delle storture che stanno trasformando la vecchia Inghilterra nel nuovo Sudafrica.
Sindaci musulmani, primi ministri indiani, ministri per la sicurezza che sminuiscono la portata delle violenze degli immigrati, cui fanno da corollario leggi e provvedimenti repressivi nei confronti di chi onora la bandiera inglese e sanzioni verso chi non si piega alla narrazione “inclusiva” verso lo straniero.
L’ultimo fatto, ancora oscuro nei suoi contorni per la cortina fumogena sollevata proprio dalle istituzioni e dal governo laburista di Starmer — con una islamica al Ministero della Sicurezza — riguarda l’accoltellamento, su un treno, di undici passeggeri.
La polizia, un tempo la migliore del mondo e oggi costretta a misurare le parole nei comunicati perché deve rispettare le becere indicazioni woke, naviga nell’ambiguità del negare che si sia trattato di un atto terroristico, rifugiandosi nel comodo catenaccio dello “squilibrato psichico”.
Due arrestati, uno poi rilasciato, definiti “cittadini britannici, nati in Gran Bretagna”, lasciando a lungo l’ambiguità della loro origine che, poi, si è scoperta essere africana e caraibica.
Soprattutto, si sfumano le differenze tra il concetto di cittadinanza — che è l’atto amministrativo con il quale si diventa parte di uno Stato — e quello di nazionalità, che è l’appartenenza a una Nazione che sia, come sintetizzò perfettamente Manzoni, “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”.
L’allarme che arriva dal Regno Unito è forte, ripetuto, angosciante, e più tempo passa, più sarà difficile per il prossimo governo, presumibilmente di destra, forse del Reform Party, riportare quella grande e gloriosa Nazione sui binari della civiltà occidentale senza un bagno di sangue.
Ma è un allarme che dovrebbe attivare tutte le nostre risorse per evitare di arrivare a quel punto, bloccarlo prima, respingere in anticipo la deriva immigrazionista e mettere ordine tra tutti gli arrivi.
Il 9% di chi risiede in Italia è immigrato, ma rappresenta il 40% dei detenuti e analoghe, se non superiori, percentuali di chi commette atti criminali.
Le cosiddette seconde e terze generazioni — quelle che sono cresciute, quando non sono nate, in Italia — rappresentano il nucleo delle bande giovanili.
Revocare la cittadinanza a chi l’ha ottenuta troppo facilmente se commette atti criminali, fermare i ricongiungimenti per cui, a fronte di un immigrato, arrivano decine di parenti, ed espellere chi arriva illegalmente in Italia.
Prima che sia troppo tardi e ci si ritrovi nelle stesse condizioni del Regno Unito sotto Starmer.

lunedì 3 novembre 2025

 Che male c'è ? ( A rompere qualche c***O)-

Leggo e ascolto i titoli di giornali e radio telegiornali e sento del "pericolo", che "si teme", un intervento diretto degli Stati Uniti in Venezuela.
La solita stampa, in questo caso americana, che vuole farsi vedere informata e cita "fonti anonime", così si salvano capra e cavoli, parla di imminente attacco.
Poi, scorrendo gli articoli e continuando ad ascoltare i servizi radiotelevisivi, si scopre che gli Stati Uniti potrebbero non attaccare il Venezuela, ma compiere incursioni mirate per distruggere basi di narcotrafficanti.
Allora dico: ben vengano quelle incursioni, finalmente qualcuno pensa di stroncare il traffico di droga dall'origine.
Perchè la droga è Male, qualunque droga, di qualunque tipo e se si distruggono le organizzazioni che la esportano, i campi di produzioni, le nicchie in cui si rifugiano, allora può solo venire del Bene.
Se, poi, un dittatore comunista, è colluso con quei cartelli e abbatterli significa anche abbattere lui, allora avremmo il classico "paghi uno, prendi due", con doppio beneficio per tutti noi.
Del resto lo stesso premio Nobel per la pace 2025, la signora Machado, venezuelana, invita gli Stati Uniti ad attaccare, perchè evidentemente gli stessi venezuelani si rendono conto dell'abiezione in cui è caduta la loro nazione se continuasse ad essere un santuario per i narcotrafficanti.
E non si può negare, allargando lo sguardo, come, forse, ci sia una reazione al dominio, in certe zone, della criminalità, anche guardando a quel che è accaduto in Brasile, a Rio, dove il governatore locale, in opposizione alla politica della tolleranza del governo centrale, ca va sans dire SOCIALISTA, cioè affine a quello del Venezuela, ha organizzato una incursione nelle favelas dominate da alcuni clan criminali.
Che male c'è se si reagisce alla criminalità ?