Perché votare SÌ alla separazione delle carriere: basta con la giustizia a due pesi e due misure-
Ci raccontano che “la magistratura è indipendente”, che “non bisogna toccarla” perché “è un pilastro della democrazia”. Tutto vero, in teoria. Peccato che in pratica l’indipendenza si sia trasformata in autoreferenzialità, e il “pilastro” somigli sempre più a una torre chiusa, dove pochi decidono per tutti e nessuno paga mai per i propri errori.
Oggi in Italia pubblici ministeri (PM) e giudici fanno parte dello stesso corpo, si formano insieme, spesso si scambiano i ruoli nel corso della carriera, e rispondono allo stesso organo di autogoverno, il CSM.
Tradotto: chi accusa e chi giudica appartiene alla stessa “famiglia”.
In qualunque altro ambito – dal calcio alla politica – questo si chiamerebbe conflitto d’interessi.
Come si può credere che un giudice sia davvero terzo se proviene dalla stessa carriera del PM che porta l’accusa in aula? È come chiedere all’arbitro di fischiare contro la propria squadra.
La separazione delle carriere è una garanzia per tutti
Non è una vendetta contro i magistrati, né un “attacco alla giustizia”. È, al contrario, una difesa della giustizia vera, quella imparziale.
Separare le carriere significa che il giudice farà solo il giudice, con una formazione orientata all’imparzialità e al diritto; e il PM farà solo il PM, con un ruolo di parte, come accade in ogni democrazia matura.
Negli Stati Uniti, in Francia, in Germania – paesi dove la democrazia non è certo in discussione – il PM è distinto dal giudice. Perché da noi no? Perché qui si teme che perdere il monopolio del sistema significhi perdere potere.
Il “partito delle toghe” non vuole perdere il controllo
La verità è che una parte della magistratura, quella più politicizzata, ha costruito un potere enorme: decide chi indagare, chi no, quando farlo, e spesso orienta la vita politica del Paese.
Si è vista più di una volta la giustizia usata come clava per distruggere avversari politici, salvo poi, anni dopo, archiviazioni e assoluzioni nel silenzio generale.
Ma intanto le carriere, le reputazioni, le vite, sono già state rovinate.
Non è questione di destra o sinistra: è questione di libertà
Votare SÌ non è un voto “contro” i magistrati onesti, ma contro un sistema che non funziona più.
È un voto per la chiarezza dei ruoli, per un processo giusto, per una giustizia che non debba più essere “temuta” ma rispettata.
Chi difende lo status quo difende solo se stesso.
Conclusione
La separazione delle carriere non tocca l’indipendenza della magistratura: la rafforza.
Chi teme la trasparenza, teme la responsabilità.
Per questo, al referendum, votare SÌ è un atto di coraggio civile.
È dire basta a un potere chiuso, opaco e autoreferenziale.
È chiedere una giustizia davvero al servizio dei cittadini – e non dei magistrati stessi.
Che i PM vadano col cappello in mano dal Giudice...
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