venerdì 14 novembre 2025

 Ilva: meglio chiuderla che nazionalizzarla-

C’era una volta l’acciaio, con grandi fabbriche che davano lavoro a migliaia di operai e garantivano sostentamento a intere comunità. Poi è iniziato un lungo declino. Le pressioni dei movimenti ambientalisti – spesso caratterizzati da un approccio radicale e poco incline alla mediazione – si sono sommate alle decisioni della magistratura, che ha imposto vincoli stringenti senza preoccuparsi troppo delle compatibilità economiche.
A questo si sono aggiunte le scelte dei politici locali che chiamarli incapaci è poco, pronti a cavalcare qualsiasi protesta: ora quella di chi chiedeva aria più pulita, ora quella di chi reclamava la salvaguardia dei posti di lavoro. Nel mezzo, i sindacati, che hanno oscillato da una posizione all’altra nella pretesa, irrealistica, di conciliare tutto: tutela dell’occupazione, sicurezza, ambiente e continuità produttiva.
Intanto la più importante acciaieria d’Europa riduceva progressivamente la produzione. I proprietari vedevano calare i margini e con essi si riduceva anche il lavoro disponibile. L’uscita di scena – tra processi e polemiche – degli ultimi amministratori che, pur tra mille difficoltà, avevano mantenuto in piedi i conti, ha segnato un’ulteriore accelerazione della crisi. Ministri improvvisati hanno poi messo mano al dossier con proclami e promesse il cui peso ricade inevitabilmente su chi viene dopo
Oggi i nodi sono tutti arrivati al pettine. I sindacati, invece di cogliere l’occasione per collaborare alla salvezza dei posti di lavoro, hanno interrotto il tavolo con il Governo e avanzato quella che viene presentata come la “grande soluzione”: la nazionalizzazione dell’Ilva. In altre parole, trasferire al bilancio pubblico perdite e costi di una gestione che, allo stato attuale, appare sempre più insostenibile.
È un film già visto. Lo stesso percorso che ha portato Alitalia a divorare miliardi di fondi pubblici prima di essere ceduta agli stranieri, nella speranza che quel salasso fosse finalmente concluso – un po’ come applicare uno “stop loss” in Borsa: quel che è perso è perso, meglio non insistere nell’errore.
Per questo auspico che il Governo mantenga una linea ferma e rifiuti la nazionalizzazione. L’Italia non ha bisogno di tornare ai tempi in cui si socializzavano le perdite e si privatizzavano gli utili, come accadeva con Alitalia o con i sostegni alla Fiat. Se esiste un imprenditore disposto a investire nell’Ilva e a gestirla traendo profitto – perché nessun imprenditore opera per rimetterci – allora gli si venda l’intero asset. Ma se un acquirente non c’è, allora chiudere lo stabilimento è una soluzione più razionale che caricare di nuove spese le casse pubbliche.
Costerebbe di meno, anche nel lungo periodo, sostenere temporaneamente i lavoratori mentre trovano nuove opportunità, o lasciare che il libero mercato favorisca la nascita di nuove imprese, come ricordava la Thatcher, piuttosto che continuare uno stillicidio di miliardi per mantenere in vita una fabbrica improduttiva e gravata da normative ambientali sempre più onerose.
Diversamente, sarebbe l’ennesimo spreco di risorse pubbliche, sulla scia dei miliardi bruciati per Alitalia o del superbonus 110%, che ha pesato enormemente sul bilancio dello Stato.

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