giovedì 8 agosto 2013

Marina Berlusconi la nostra Thatcher

(LO)Marina Berlusconi ha correttamente smentito di essere intenzionata ad assumere impegni di sorta nella politica attiva. E non c'è alcun motivo per dubitare della sua affermazione. Non fosse altro che anche nelle dinastie repubblicane vale la regola delle dinastie monarchiche secondo cui si regna uno per volta . E fino a quando il padre Silvio rimane sul trono di leader del centrodestra, la figlia Marina non può far altro che negare di essere pronta a sostituirlo. Preso atto che il Cavaliere non abdica e che la figlia non gli succede, però, non si può non riflettere sull’eventualità che a dispetto della legge salica cara ai Savoia e agli Agnelli (tanto per rimanere in Italia e tra i reali dell'aristocrazia e della finanza), il capostipite Silvio decida , dopo una possibile “ brumal Novara” di tipo giudiziario, di trasmettere alla primogenita l'investitura a leader del centrodestra italiano.

Si tratta di un’ipotesi impossibile o, almeno sulla carta, del tutto razionale? La risposta non viene solo dalle metafore di tipo monarchico, che hanno il merito di rendere credibile l'eventualità ma anche il torto di farla apparire una sorta di reperto del passato Ma viene soprattutto dall'esperienza del presente, quella della formazione delle leadership nell'era della comunicazione, dell'immagine e del marketing politico, che rende l'ipotesi non solo praticabile ma anche incredibilmente appetibile per le sue concrete possibilità di successo. L'esempio dei Savoia e degli Agnelli, infatti, passa in seconda linea di fronte alle dinastie repubblicane dei Kennedy, dei Bush, dei Clinton. E perde completamente di peso alla luce di come nelle democrazie avanzate del tempo presente nascano e si consolidino le leadership politiche. L'epoca in cui i leader si formavano alla dura e lunga scuola dei partiti è finita da un pezzo.

I partiti tradizionali non esistono più. E la dimostrazione non è solo la leadership di Silvio Berlusconi nata come Araba Fenice dai partiti democratici della Prima Repubblica inceneriti dalla rivoluzione giudiziaria. Ma è, soprattutto, l'apparizione della cometa Matteo Renzi nel firmamento della sinistra italiana, cometa venuta fuori non da una lunga e formativa militanza nei partiti del fronte progressista, ma da un uso accorto e professionale del marketing politico. Al punto che Renzi venga visto dalla parte tradizionale e ortodossa del Pd come un corpo estraneo di natura sostanzialmente identica a quella dell'odiato Cavaliere. I nuovi leader, dunque, possono nascere anche senza partiti di riferimento, dal marketing politico o da circostanze eccezionali che ne favoriscono l'apparizione e il successo. Beppe Grillo non sarebbe mai diventato il capo di un movimento del 25 per cento se non avesse intercettato l'antipolitica di un quarto degli italiani. E Mario Monti sarebbe rimasto un professore imprestato alle alte cariche burocratiche dello Stato se la crisi e Giorgio Napolitano non lo avessero trasformato in un inappropriato personaggio politico di prima grandezza. Marina Berlusconi, quindi, nel caso la persecuzione giudiziaria dovesse provocare l'espulsione traumatica e violenta dalla politica del padre Silvio, potrebbe sicuramente raccoglierne l'eredità all'interno del centrodestra.

Con i vantaggi di un nome a cui non serve alcuna forma di promozione, ma che ha il traino di una ventennale persecuzione mediatico-giudiziaria, di un consenso pronto a passare in blocco da padre in figlia in nome della difesa dei valori di libertà contro le prepotenze e l'autoritarismo della sinistra fondamentalista, di una capacità e di una credibilità personali messe in mostra alla guida di un’impresa storica come la Mondadori, di una età e di una natura femminile che la mettono in condizione di poter giocare una carta innovativa e rivoluzionaria. Quella di poter diventare una Thatcher italiana! Se così fosse, ben venga anche la dinastia berlusconiana!

Berlusconi Nobel per la Pace

Venti di Guerra Fredda soffiano nuovamente sul mondo, in gran parte per colpa del premio nobel anomalo Obama. 
Come sono lontani i tempi di questa fotografia, quando, grazie alla propria abile diplomazia, Silvio Berlusconi era riuscito a formare un' asse stabile tra George Bush e Vladimir Putin, portando pure il nostro paese ai vertici mondiali, nonostante diverse forze eversive tramavano tafazzianamente contro di lui, per invidia ed odio. Ed allora, con tutti i farlocchi premi nobel pacifinti distribuiti, incominciando da Obama, passando per Mandela fino ad Arafat, mi sembra giusto proporre, per quanto fatto nell' interesse italiano e mondiale durante la propria carriera di Grande Statista, il Premio Nobel per la Pace a Silvio Berlusconi, da vent'anni perseguitato ingiustamente nel nostro paese ben più del leader terrorista sudafricano, che mai rinnegò la lotta armata. Con buona pace di Bindi, Epifani, Grillo, Benigni e compagnia avariata.

mercoledì 7 agosto 2013

La pacificazione è un atto di giustizia

(LO)Non servono falchi, tanto meno colombe o qualunque altro esemplare di volatile. Non servono le parole grevi in libertà o l’evocazione della guerra civile anche perché non c’è nessuno in Italia da rastrellare casa per casa e giustiziare sulla pubblica piazza. La maturità di una democrazia adulta non si misura dai proclami tendenti ad atti di forza o dalla violenza verbale ma dal grado di corresponsabilità che i cittadini assumono nella gestione della cosa pubblica. Sarebbe necessario che tutti andassero a rileggere un discorso del 1860 di Francesco Crispi che insiste sulle necessità che tutti comprendano che «in politica non esistono nemici ma solo avversari». La questione italiana non è trascendentale ma pragmatica che passa attraverso solo una pacificazione nazionale ed una riforma magistrale della giustizia.

Il più elevato potere dello Stato, quello della giustizia, è quello di rendere e non di negare la giustizia. Correva l’estate dell’anno 1994, Berlusconi era sceso "in campo" e l’Italia giocava i mondiali americani battendo la Bulgaria. Nel frattempo cominciava la guerra dei vent’anni con l’idea di eliminare gli avversari politici per via giudiziaria. Dopo la sentenza della Corte di Cassazione sul processo sui diritti tv di Mediaset e la condanna di Silvio Berlusconi, è sempre più urgente l’esigenza che la politica del nostro Paese prenda coscienza della necessità effettiva e metta in campo una riforma liberale della giustizia, senza devianze dalle finalità che essa deve perseguire, senza che nessun cittadino subisca pene ingiuste ed umiliazioni che non hanno meritato e senza taluni magistrati politicizzati che non sappiano che quello giudiziario non è un "potere" ma un "Ordine" dello Stato. Il monito di Cicerone nel "De legibus", «Legum servi sumus ut liberi esse possimus» (siamo tutti servi delle leggi per poter essere liberi), deve essere la via obbligata di ogni cittadino per vivere in un sistema democratico.

In Italia lo scontro tra politica e parte della magistratura protagonista e militante, che ha usato la giustizia per fini politici, ha innescato, per far prevalere una parte politica sull’altra, un meccanismo implacabile e distruttivo non solo nei confronti di chi n’è stato vittima, ma soprattutto di chi in ragione del proprio ruolo politico o professionale n’è stato in un modo coinvolto o anche solo sfiorato, in questo caso Silvio Berlusconi e tutto il Centrodestra. La condanna, nei termini e con le modalità fino ad ora applicate, contro Silvo Berlusconi è esclusivamente un problema di democrazia e una brutalizzazione del Diritto e non un problema di tenuta del Governo, che sta facendo del proprio meglio in questo particolare momento di congiuntura economica. La condanna è la delegittimazione di tutti quei cittadini-elettori che nel corso di tanti anni hanno votato per una forza politica e rappresenterebbe tutto il centrodestra come "correi" del proprio leader e di conseguenza impresentabili.

 Una condanna, questa, inflitta contro ogni logica dai giudici del Tribunale di Milano che non hanno tenuto conto di due sentenze della Corte di Cassazione che hanno stabilito l'insussistenza di quei fatti e comunque l'estraneità di Silvio Berlusconi alla gestione di Mediaset proprio negli anni in questione. In qualunque altra sede giudiziaria, a fronte di decisioni consimili si sarebbe doverosamente ed immediatamente pervenuti ad una sentenza più assolutoria. È urgente, quindi, un impegno da parte di tutti è la ricerca del bene comune ma deve essere anche un impegno di protesta per far uscire il Paese dalla logica giustizialista e dalla visione di avere una parte della magistratura con un ruolo politico condizionante, anomalo, unilaterale condito da devianze ideologiche, interessi diversi e troppe sudditanze.

sabato 3 agosto 2013

dal " Corriere della Sera" di oggi 3 Agosto
Noi sempre primi a difesa del Presidente Berlusconi, con buona pace dei nostri detrattori che hanno le ore contate....