martedì 25 novembre 2025

 È finalmente terminata la tornata regionale in Veneto-

Complimenti ad Alberto Stefani, giovane Presidente.
Ci sono vinti e vincitori, ma entrambi ora dovrebbero impegnarsi in una politica di crescita, autonomia e, soprattutto, al servizio dei cittadini — non dei 10.000 € di stipendio.
Poi ci sono quelli, come in Forza Italia, che sì, è vero: nelle regionali venete del 2020 il partito è cresciuto. Ma su Europee e Politiche è peggiorato, e questo la dice lunga su come abbiano lavorato certi politicanti proiettati in una dimensione non loro.
Ora il signor “doppia cifra, doppia cifra” faccia autocritica: faccia un passo indietro e rifletta sul perché i Berlusconiani non siano andati in massa a votare. Forse perché scontenti di come viene gestito il partito?
Serve ripartire dallo zoccolo duro, dai veri Berlusconiani. Altrimenti sì che arriveranno le mazzate.
Si è visto chiaramente che i fuoriusciti da altri partiti, in cerca di gloria e candidature, i saltimbanco di professione approdati in pompa magna in FI, non hanno portato alcun valore al movimento. Anzi: sono stati rimbalzati. Ora mi auguro spariscano tra le nebbie invernali.
Se non fosse stato per la combattente, piccola guerriera Elisa Venturini e per altri portatori di voti importanti, oggi si parlerebbe di debacle. Basta leggere le percentuali in alcuni territori, dove non si supera il 3–4%, restando fuori da tutti i consigli comunali.
Certo, il buon Tosi nella sua Verona ha fatto la differenza, ma dubito avrà mai un assessorato di peso, e dubito che rinuncerà a uno scranno prestigioso come quello europeo per la Regione Veneto— con buona pace del bravo Alberto Bozza, che riavrà il suo seggio regionale. Avremo sì, forse un assessorato, ma chiamarlo prestigioso è tutto da vedere.
Forza Italia appartiene a tutti coloro che hanno militato, votato e fatto votare con passione, amore e dedizione. È sempre stata una “penisola felice”: con animo liberale, istinto socialista, spirito democristiano e indole repubblicana.
Oggi, invece, sembra essere diventata cosa per pochi e per il loro tornaconto personale, accompagnati da un seguito di “lacchè”.
Forza Italia è nata per dare sogni, speranze e certezze a un popolo complicato ma meraviglioso. Ora serve coraggio. Il coraggio di ribellarsi.
O dobbiamo ammettere che è stato tutto tempo perso?
#VeriBerlusconiani #ForzistiPrimaOra #AlessioZanon #Nostradamus

domenica 23 novembre 2025

 Oggi e domani, finalmente, si chiude questa ennesima stanca liturgia delle elezioni regionali in Veneto. Certo, il risultato è noto da mesi: il centrodestra stravince contro una sinistra anacronistica, scollegata dalla realtà e incapace di parlare al presente. Ma ciò che davvero balzerà agli occhi sarà il numero di chi non andrà a votare: un esercito crescente di cittadini stufi, delusi, disillusi. E non solo dalla sinistra, ma anche da un centrodestra ormai senza rotta, pieno di improvvisati, saltimbanchi che passano da un partito all’altro senza mai diventare qualcosa di più dei soliti “buoni a nulla”.

Domani pomeriggio sapremo chi entrerà in Consiglio: facce nuove o vecchie glorie riciclate, e soprattutto chi verrà trombato — finalmente. Qualcuno di questi “pezzi grossi” sparirà dalla scena, e non sarà certo un dramma collettivo. Anzi.
Avremo anche modo di valutare i “fenomeni” alla guida dei partiti: non solo per i loro risultati personali, ma per ciò che hanno prodotto (o non prodotto) per l’intero schieramento. E lì, statene certi, non risparmieremo critiche né richieste di dimissioni, soprattutto per quelli che hanno passato mesi a farsi belli sui giornali con proclami e promesse da teatro di provincia.
Intanto, il carrozzone del Consiglio Regionale tornerà a muoversi come sempre: inutile, pesante, costoso. Diecimila, dodicimila euro al mese a testa per fare cosa, esattamente? Anni a parlarci dell’autonomia — un mantra, un’ossessione — e alla fine dov’è? Negli slogan, nei comizi, nei titoli dei giornali: non certo nella vita dei cittadini, che continuano a fare code interminabili per avere un servizio sanitario decente, con RSA al collasso e prestazioni che sembrano da terzo mondo.
A molti di loro, finalmente, diremo addio. E per quelli nuovi che arriveranno, che almeno sentano già suonare la campana: è il rintocco dell’avviso di sfratto, se non cambieranno qualcosa davvero.
#AlessioZanon #ForzaVeneto

sabato 22 novembre 2025

 La responsabilità è personale, non di un genere né della società-

Ho taciuto a lungo, per rispetto verso il dolore di chi ha visto strappare ai propri affetti delle persone care. Tuttavia, dopo aver ascoltato la dichiarazione della madre di una vittima che, commentando una durissima condanna all’ergastolo dell’omicida, attribuisce colpe “alla società”, mi sento nel pieno diritto di contestare questa affermazione. Colgo anche l’occasione per criticare quelle dichiarazioni – soprattutto da parte di certi uomini – che pretendono di parlare, impropriamente e senza alcun titolo, a nome dell’intero genere maschile, autoflagellandosi forse per captatio benevolentiae, per poi farsi incoronare come il prototipo del “maschio sottomesso” che alcune femministe vorrebbero imporre come nuovo modello universale.
Approfitto inoltre per dichiararmi totalmente contrario alla legge attualmente in votazione in Parlamento, che ha ottenuto l’unanimità (!!!) alla Camera, e che introduce la formula del “consenso libero e attuale”: un’espressione che fa rabbrividire e che, evidentemente, è sfuggita al buon senso dei deputati.
Si tratta infatti di un’inversione dell’onere della prova che viola apertamente la Costituzione — in altre circostanze elevata a idolo intoccabile — poiché rende l’imputato responsabile di dimostrare la propria innocenza anziché obbligare l’accusa a fornire prove della colpevolezza.
Ma, soprattutto, rappresenta una vera e propria probatio diabolica: le interpretazioni più diffuse di quella formula sostengono che “attuale” significhi per l’intera durata del rapporto.
Ma come si può pretendere una cosa simile?
E come ci si regola in situazioni in cui, magari dopo venti o trent’anni, riappare qualche soubrette mancata che tenta di spillare denaro a un vecchio amante divenuto nel frattempo una figura di rilievo, magari politica (ma non solo)?
Assistiamo a una deriva civile e morale che stravolge non solo il diritto — che, essendo solo un pezzo di carta trasformato in legge, può essere modificato o ribaltato in qualsiasi momento, non appena cambia il vento — ma anche il più elementare buon senso.
Responsabile di un omicidio o di un atto di violenza è chi lo commette, non il suo genere di appartenenza (ovviamente solo se si tratta di un Uomo Bianco, poiché quando l’autore è un immigrato si sprecano le giustificazioni incentrate sul “poverino”; mentre gli omicidi commessi da donne vengono spesso declassati e rapidamente dimenticati!) e tantomeno la società.
Meno male che alla mia età ho perso tanta velleità da gallo cedrone...



venerdì 14 novembre 2025

 Ilva: meglio chiuderla che nazionalizzarla-

C’era una volta l’acciaio, con grandi fabbriche che davano lavoro a migliaia di operai e garantivano sostentamento a intere comunità. Poi è iniziato un lungo declino. Le pressioni dei movimenti ambientalisti – spesso caratterizzati da un approccio radicale e poco incline alla mediazione – si sono sommate alle decisioni della magistratura, che ha imposto vincoli stringenti senza preoccuparsi troppo delle compatibilità economiche.
A questo si sono aggiunte le scelte dei politici locali che chiamarli incapaci è poco, pronti a cavalcare qualsiasi protesta: ora quella di chi chiedeva aria più pulita, ora quella di chi reclamava la salvaguardia dei posti di lavoro. Nel mezzo, i sindacati, che hanno oscillato da una posizione all’altra nella pretesa, irrealistica, di conciliare tutto: tutela dell’occupazione, sicurezza, ambiente e continuità produttiva.
Intanto la più importante acciaieria d’Europa riduceva progressivamente la produzione. I proprietari vedevano calare i margini e con essi si riduceva anche il lavoro disponibile. L’uscita di scena – tra processi e polemiche – degli ultimi amministratori che, pur tra mille difficoltà, avevano mantenuto in piedi i conti, ha segnato un’ulteriore accelerazione della crisi. Ministri improvvisati hanno poi messo mano al dossier con proclami e promesse il cui peso ricade inevitabilmente su chi viene dopo
Oggi i nodi sono tutti arrivati al pettine. I sindacati, invece di cogliere l’occasione per collaborare alla salvezza dei posti di lavoro, hanno interrotto il tavolo con il Governo e avanzato quella che viene presentata come la “grande soluzione”: la nazionalizzazione dell’Ilva. In altre parole, trasferire al bilancio pubblico perdite e costi di una gestione che, allo stato attuale, appare sempre più insostenibile.
È un film già visto. Lo stesso percorso che ha portato Alitalia a divorare miliardi di fondi pubblici prima di essere ceduta agli stranieri, nella speranza che quel salasso fosse finalmente concluso – un po’ come applicare uno “stop loss” in Borsa: quel che è perso è perso, meglio non insistere nell’errore.
Per questo auspico che il Governo mantenga una linea ferma e rifiuti la nazionalizzazione. L’Italia non ha bisogno di tornare ai tempi in cui si socializzavano le perdite e si privatizzavano gli utili, come accadeva con Alitalia o con i sostegni alla Fiat. Se esiste un imprenditore disposto a investire nell’Ilva e a gestirla traendo profitto – perché nessun imprenditore opera per rimetterci – allora gli si venda l’intero asset. Ma se un acquirente non c’è, allora chiudere lo stabilimento è una soluzione più razionale che caricare di nuove spese le casse pubbliche.
Costerebbe di meno, anche nel lungo periodo, sostenere temporaneamente i lavoratori mentre trovano nuove opportunità, o lasciare che il libero mercato favorisca la nascita di nuove imprese, come ricordava la Thatcher, piuttosto che continuare uno stillicidio di miliardi per mantenere in vita una fabbrica improduttiva e gravata da normative ambientali sempre più onerose.
Diversamente, sarebbe l’ennesimo spreco di risorse pubbliche, sulla scia dei miliardi bruciati per Alitalia o del superbonus 110%, che ha pesato enormemente sul bilancio dello Stato.

martedì 11 novembre 2025

 Perché votare SÌ alla separazione delle carriere: basta con la giustizia a due pesi e due misure-

Ci raccontano che “la magistratura è indipendente”, che “non bisogna toccarla” perché “è un pilastro della democrazia”. Tutto vero, in teoria. Peccato che in pratica l’indipendenza si sia trasformata in autoreferenzialità, e il “pilastro” somigli sempre più a una torre chiusa, dove pochi decidono per tutti e nessuno paga mai per i propri errori.
Il nodo: giudici e PM non possono stare nello stesso recinto
Oggi in Italia pubblici ministeri (PM) e giudici fanno parte dello stesso corpo, si formano insieme, spesso si scambiano i ruoli nel corso della carriera, e rispondono allo stesso organo di autogoverno, il CSM.
Tradotto: chi accusa e chi giudica appartiene alla stessa “famiglia”.
In qualunque altro ambito – dal calcio alla politica – questo si chiamerebbe conflitto d’interessi.
Come si può credere che un giudice sia davvero terzo se proviene dalla stessa carriera del PM che porta l’accusa in aula? È come chiedere all’arbitro di fischiare contro la propria squadra.
La separazione delle carriere è una garanzia per tutti
Non è una vendetta contro i magistrati, né un “attacco alla giustizia”. È, al contrario, una difesa della giustizia vera, quella imparziale.
Separare le carriere significa che il giudice farà solo il giudice, con una formazione orientata all’imparzialità e al diritto; e il PM farà solo il PM, con un ruolo di parte, come accade in ogni democrazia matura.
Negli Stati Uniti, in Francia, in Germania – paesi dove la democrazia non è certo in discussione – il PM è distinto dal giudice. Perché da noi no? Perché qui si teme che perdere il monopolio del sistema significhi perdere potere.
Il “partito delle toghe” non vuole perdere il controllo
La verità è che una parte della magistratura, quella più politicizzata, ha costruito un potere enorme: decide chi indagare, chi no, quando farlo, e spesso orienta la vita politica del Paese.
Si è vista più di una volta la giustizia usata come clava per distruggere avversari politici, salvo poi, anni dopo, archiviazioni e assoluzioni nel silenzio generale.
Ma intanto le carriere, le reputazioni, le vite, sono già state rovinate.
Non è questione di destra o sinistra: è questione di libertà
Votare SÌ non è un voto “contro” i magistrati onesti, ma contro un sistema che non funziona più.
È un voto per la chiarezza dei ruoli, per un processo giusto, per una giustizia che non debba più essere “temuta” ma rispettata.
Chi difende lo status quo difende solo se stesso.
Conclusione
La separazione delle carriere non tocca l’indipendenza della magistratura: la rafforza.
Chi teme la trasparenza, teme la responsabilità.
Per questo, al referendum, votare SÌ è un atto di coraggio civile.
È dire basta a un potere chiuso, opaco e autoreferenziale.
È chiedere una giustizia davvero al servizio dei cittadini – e non dei magistrati stessi.
Che i PM vadano col cappello in mano dal Giudice...



martedì 4 novembre 2025

 Inghilterra: sguardo su un futuro da fine Impero...

Dal Regno Unito di Starmer arrivano solo allarmi che dovrebbero essere raccolti anche in Italia.
La massiccia invasione di stranieri, estranei — totalmente estranei — all’identità, alla storia, alla cultura britannica, cui comunque, con un malinteso senso imperiale, è stata concessa prima la residenza e poi la cittadinanza, sta portando a delle storture che stanno trasformando la vecchia Inghilterra nel nuovo Sudafrica.
Sindaci musulmani, primi ministri indiani, ministri per la sicurezza che sminuiscono la portata delle violenze degli immigrati, cui fanno da corollario leggi e provvedimenti repressivi nei confronti di chi onora la bandiera inglese e sanzioni verso chi non si piega alla narrazione “inclusiva” verso lo straniero.
L’ultimo fatto, ancora oscuro nei suoi contorni per la cortina fumogena sollevata proprio dalle istituzioni e dal governo laburista di Starmer — con una islamica al Ministero della Sicurezza — riguarda l’accoltellamento, su un treno, di undici passeggeri.
La polizia, un tempo la migliore del mondo e oggi costretta a misurare le parole nei comunicati perché deve rispettare le becere indicazioni woke, naviga nell’ambiguità del negare che si sia trattato di un atto terroristico, rifugiandosi nel comodo catenaccio dello “squilibrato psichico”.
Due arrestati, uno poi rilasciato, definiti “cittadini britannici, nati in Gran Bretagna”, lasciando a lungo l’ambiguità della loro origine che, poi, si è scoperta essere africana e caraibica.
Soprattutto, si sfumano le differenze tra il concetto di cittadinanza — che è l’atto amministrativo con il quale si diventa parte di uno Stato — e quello di nazionalità, che è l’appartenenza a una Nazione che sia, come sintetizzò perfettamente Manzoni, “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”.
L’allarme che arriva dal Regno Unito è forte, ripetuto, angosciante, e più tempo passa, più sarà difficile per il prossimo governo, presumibilmente di destra, forse del Reform Party, riportare quella grande e gloriosa Nazione sui binari della civiltà occidentale senza un bagno di sangue.
Ma è un allarme che dovrebbe attivare tutte le nostre risorse per evitare di arrivare a quel punto, bloccarlo prima, respingere in anticipo la deriva immigrazionista e mettere ordine tra tutti gli arrivi.
Il 9% di chi risiede in Italia è immigrato, ma rappresenta il 40% dei detenuti e analoghe, se non superiori, percentuali di chi commette atti criminali.
Le cosiddette seconde e terze generazioni — quelle che sono cresciute, quando non sono nate, in Italia — rappresentano il nucleo delle bande giovanili.
Revocare la cittadinanza a chi l’ha ottenuta troppo facilmente se commette atti criminali, fermare i ricongiungimenti per cui, a fronte di un immigrato, arrivano decine di parenti, ed espellere chi arriva illegalmente in Italia.
Prima che sia troppo tardi e ci si ritrovi nelle stesse condizioni del Regno Unito sotto Starmer.

lunedì 3 novembre 2025

 Che male c'è ? ( A rompere qualche c***O)-

Leggo e ascolto i titoli di giornali e radio telegiornali e sento del "pericolo", che "si teme", un intervento diretto degli Stati Uniti in Venezuela.
La solita stampa, in questo caso americana, che vuole farsi vedere informata e cita "fonti anonime", così si salvano capra e cavoli, parla di imminente attacco.
Poi, scorrendo gli articoli e continuando ad ascoltare i servizi radiotelevisivi, si scopre che gli Stati Uniti potrebbero non attaccare il Venezuela, ma compiere incursioni mirate per distruggere basi di narcotrafficanti.
Allora dico: ben vengano quelle incursioni, finalmente qualcuno pensa di stroncare il traffico di droga dall'origine.
Perchè la droga è Male, qualunque droga, di qualunque tipo e se si distruggono le organizzazioni che la esportano, i campi di produzioni, le nicchie in cui si rifugiano, allora può solo venire del Bene.
Se, poi, un dittatore comunista, è colluso con quei cartelli e abbatterli significa anche abbattere lui, allora avremmo il classico "paghi uno, prendi due", con doppio beneficio per tutti noi.
Del resto lo stesso premio Nobel per la pace 2025, la signora Machado, venezuelana, invita gli Stati Uniti ad attaccare, perchè evidentemente gli stessi venezuelani si rendono conto dell'abiezione in cui è caduta la loro nazione se continuasse ad essere un santuario per i narcotrafficanti.
E non si può negare, allargando lo sguardo, come, forse, ci sia una reazione al dominio, in certe zone, della criminalità, anche guardando a quel che è accaduto in Brasile, a Rio, dove il governatore locale, in opposizione alla politica della tolleranza del governo centrale, ca va sans dire SOCIALISTA, cioè affine a quello del Venezuela, ha organizzato una incursione nelle favelas dominate da alcuni clan criminali.
Che male c'è se si reagisce alla criminalità ?

giovedì 30 ottobre 2025

E' una questione di principio...
C'è un caso di cronaca nera, molto mediatico, relativo all'omicidio di una ragazza perpetrato dal suo ex fidanzato che non accettava la separazione e forse anche altro, comunque persona rivelatasi, col senno di poi, instabile e pericolosa.
Non ci sono mai stati dubbi sulla colpevolezza dell'imputato, che è stato infatti condannato all'ergastolo, cioè al "fine pena mai", la sanzione più grave e definitiva prevista dal nostro ordinamento.
Con una lettera evidentemente tendente ad una captatio benevolentiae, il condannato annuncia di rinunciare all'appello, accettando la pena dell'ergastolo per la gravità del suo crimine.
L'appello, invece, lo propongono i pubblici ministeri, non contenti della massima pena, perchè non sono state contemplate le aggravanti tra cui il cosiddetto "stalking", cioè l'atteggiamento persecutorio.
Qualora fossero state considerate quelle aggravanti, non ci sarebbe stata una pena superiore, perchè l'ergastolo è il massimo possibile.
Capisco che "è una questione di principio", cioè che con un sistema giudiziario imbalsamato e di parrucconi, un precedente diventa un qualcosa cui capziosi Azzeccagarbugli potrebbero appigliarsi in un caso futuro, ma i giudici ci stanno proprio per evitare le storture simili, dovendo dirigere i processi come un vigile dirige il traffico, cioè cercando di snellire e arrivare, il prima possibile, ad una sentenza che sia certa e al di sopra di ogni ragionevole dubbio.
Mi domando pertanto, con il conclamato intasamento dei tribunali e la lunghezza esasperante dei nostri procedimenti, con quale criterio si possa concepire un ricorso in appello da parte dei pubblici ministeri, dopo che l'imputato, rinunciandovi, aveva accettato di scontare l'ergastolo, cioè il massimo della pena.
Tempo, costi, dolore rinnovato per arrivare ad una condanna che non potrà, in Italia, mai essere superiore a quella già comminata e accettata dall'imputato.
E qualcuno pensa ancora di votare contro la riforma della giustizia ?

domenica 26 ottobre 2025

 Vorrei ma non posso-

Mi fa quasi ridere — o forse piangere — la mania di chiamare “volenterosi” quel manipolo di nazioni che si riunisce per pontificare sul destino del mondo. Si riempiono la bocca di parole come pace, si avvolgono in bandiere arcobaleno e dichiarazioni di buone intenzioni, ma poi — con somma ipocrisia — spingono gli altri a combattere. Loro no, loro si limitano a soffiare sul fuoco, purché il fuoco bruci lontano da casa loro.
Sono i campioni del “vorrei ma non posso”: i condòmini dell’assemblea mondiale che, nascosti dietro la pianta ornamentale, istigano i vicini a urlare contro l’amministratore, salvo poi lamentarsi del rumore.
L’Unione Europea, poi, si è ormai specializzata nel coprirsi di ridicolo. Non bastavano anni di burocrazia inconcludente e decisioni a vuoto — no, servivano anche diciannove pacchetti di sanzioni alla Russia, partoriti da quella genialata di Draghi, che pareva convinto che bastasse un decreto per vincere una guerra.
Parlano di pace, sì. Ma ogni volta che aprono bocca, parte un’altra spedizione d’armi. È un po’ come organizzare una marcia per l’ambiente in SUV.
Eppure il primo passo verso la pace non è l’ennesimo pacchetto di sanzioni o l’ennesimo comunicato stampa in cui si irridono le proposte di chi, sul campo, sta avanzando. Il primo passo sarebbe avere il coraggio di revocare il mandato di cattura internazionale contro Putin e i suoi ministri, e subito dopo, cancellare tutte le sanzioni.
Solo allora si potrebbe dire: “Fermiamoci qui, sulla linea attuale, e parliamone davvero”.
Certo, anche Putin ci mette del suo per tenere vivo il conflitto: decisioni incomprensibili, scelte che puzzano di calcolo politico più che di strategia. Ma il punto resta lo stesso: nessuno vuole davvero fermarsi.
E poi arriva Trump, che — nel bene o nel male — almeno una proposta la mette sul tavolo: fermare le ostilità sulla linea del fronte e iniziare trattative vere, non i soliti teatrini diplomatici. Ha detto chiaro che l’Ucraina dovrà, volente o nolente, accettare delle perdite territoriali, ma in cambio riaprire scambi e rapporti, archiviare sanzioni e mandati.
Non sarà elegante, ma è realismo. E il realismo, oggi, manca come l’acqua nel deserto.
In fondo, questa guerra danneggia solo le economie della vecchia Europa — sia l’Ovest che la Russia. Gli unici a brindare sono gli Stati Uniti, che incassano miliardi vendendo armi pagate da noi. E intanto le solite “nazioni amiche” dell’Occidente, in realtà ostili da secoli, si arricchiscono alle nostre spalle: la Cina, che si proclamava alleata “incrollabile” della Russia, ora applica sanzioni a modo suo, quando le conviene. Non per ideologia, ma per profitto.
E noi? Noi, europei “volenterosi”, restiamo qui a imbastire convegni e conferenze, con il favore delle telecamere, a discutere del sesso degli angeli mentre Zelensky viene spinto a continuare una guerra che nessuno sa — o vuole — far finire.

giovedì 23 ottobre 2025

 Più tagli alla spesa, meno tasse-

I bilanci, si sa, sono una brutta bestia. E più sono pieni di spese già deliberate in passato — quelle che nessuno ha mai avuto il coraggio di tagliare — più diventano difficili da gestire.
Il ruolo del tesoriere, che si tratti di uno Stato o di una semplice bocciofila, è sempre il più ingrato: da un lato deve riscuotere le quote o le imposte dovute, dall’altro deve garantire la copertura finanziaria per ogni spesa programmata. E spesso, deve dire dei “no” — quasi sempre malvolentieri.
Chiunque abbia partecipato, anche nel suo piccolo, all’amministrazione di un ente, una bocciofila, un’associazione o una società sportiva, può intuire — moltiplicando all’ennesima potenza quell’esperienza — la difficoltà di un Ministro dell’Economia che deve far quadrare i conti di un Paese come l’Italia.
Dopo tre anni di Governo di Centro Destra, i risultati sembrano dare ragione a Giorgetti:
lo spread è stabilmente intorno agli 80 punti (dai 220 ereditati da Conte e Draghi), i rating internazionali migliorano, e il debito appare sotto controllo.
Proprio per questo, è con cautela che mi permetto di criticare quei provvedimenti — forse inevitabili — che prevedono nuove tasse o prelievi, di qualunque natura essi siano.
Mi riferisco in particolare all’aumento della cedolare sugli affitti e al prelievo sulle banche.
Forse, per far tornare i conti, non se ne può fare a meno. Ma, dal punto di vista di una sana economia liberale, rappresentano comunque una forma di male endemico: le tasse.
Quel peso che da decenni grava sull’economia italiana, frenandone crescita, iniziativa e libertà.
È chiaro che non si possa, dall’oggi al domani, azzerare la miriade di benefici, agevolazioni, rottamazioni e contributi che nel tempo si sono stratificati nel bilancio pubblico. Ma qualche taglio mirato alle spese che continuano a sostenere realtà che dovrebbero invece reggersi sul mercato, dovrebbe diventare una priorità.
Penso ai giornali, al cinema, ma anche alle ONG che si dichiarano “non governative” e poi cercano finanziamenti pubblici per coprire attività che dovrebbero essere fondate su liberalità private — come l’assistenza e l’accoglienza dei migranti.
Se davvero vogliamo invertire la rotta assistenzialista, dirigista e statalista che ha frenato l’Italia, dobbiamo avere il coraggio di togliere qualcosa a chi ha avuto troppo, per decenni, grazie a politiche clientelari e di privilegio.
Prima di introdurre una nuova tassa o un nuovo prelievo, lo Stato dovrebbe snellire la propria spesa, rendere il bilancio più essenziale e restituire ai cittadini e alle imprese un po’ di respiro.
Ridurre le tasse — e magari anche il loro numero — significherebbe permettere a ciascuno di spendere meglio, secondo le proprie priorità, invece di vedere i propri guadagni svanire verso Roma, dove spesso vengono redistribuiti in base alla forza di pressione di questo o quel gruppo di interesse.


mercoledì 22 ottobre 2025

 Sto col Generale Vannacci-

Non sono leghista, non sono una testa calda, non sono un uomo di estrema destra. Sono un Italiano, sono un uomo moderato, sono un cittadino che si è rotto le balle dell'immigrazione incontrollata e che non serve a nessuno. Sono un Italiano che è stanco dei soprusi e dei delinquenti per le strade- Sono un elettore che non ha più riferimenti, vede solo pressapochismo e uomini mediocri. Ma nel Signor Generale Vannacci, uomo preparato, colto, un eroe del nostro tempo per quello che ha dato un servitore dello Stato che ha dato molto al Paese e nessuno può negare. Vannacci incarna e dice quello che la maggioranza degli Italiani pensa ma teme di dire, purtroppo. A quelli che lo denigrano, combattono, che si sentono minacciati, dico che hanno paura di non contare più un cazzo, se mai hanno contato qualche cosa. Hanno paura di essere travolti da un uomo, uno di quelli che raramente passano nei nostri schermi, e che dopo Silvio Berlusconi erano scomparsi dai radar. Avanti signor Generale! quell'Italia silenziosa, poco ascoltata ma che produce, paga le tasse si sta rompendo le balle...



domenica 19 ottobre 2025

 L'Italia del buon Governo promossa in serie A-

La notizia del giorno non è, come vorrebbero farci credere i "professionisti dell'informazione", la bomba che ha fatto esplodere due automobili di un conduttore televisivo ( al quale va tutta la mia solidarietà) e neppure l'acclarata crassa ignoranza del segretario della cgil che tra congiuntivi che neanche Fantozzi e l'incapacità di usare i vocaboli appropriati, rappresenta una Croce Rossa contro la quale sparare sarebbe maramaldeggiare. Ne quella della pochezza della segretaria del PD-
No, la notizia, la vera notizia che interessa tutti gli Italiani, anche quelli che non la conoscono, è la promozione che una agenzia di rating (la DBRS Morningstar) ha certificato dell'Italia, passandola dalla tripla B alla A.
Tale promozione segue analoghe prese di posizioni, in termini di innalzamento del rating o di miglioramento delle previsioni (outlook), delle altre grandi agenzie di rating che tanto male ci hanno fatto in passato.
Conan Doyle faceva dire alla sua creatura Sherlock Holmes che una coincidenza è solo una coincidenza, due coincidenze sono un indizio e tre coincidenze sono una prova.
E le coincidenze stanno diventando tante, se ci aggiungiamo anche la stabilizzazione dello spread intorno agli 80 punti e vedremo che effetto farà sulla imminente, nuova emissione (dal 20 al 24 ottobre) dei BTP Valore settennali.
Un passo lento, ma inesorabile che ricorda quello degli Alpini, in marcia verso un obiettivo mentre consolidano il terreno nel frattempo conquistato.
E se nel 2026 potremo vedere ulteriormente ridotto l'impatto fiscale sulle nostre finanze, lo si deve anche a questa prudenza che consente al Governo di consolidare, passo dopo passo, i miglioramenti conseguiti.
Certo, ci sono sempre delle questioni che individualmente non piacciono ma il quadro complessivo si fa, di giorno in giorno, più roseo, nonostante i disperati tentativi delle opposizioni e delle loro emanazioni di ogni genere, prendendo a pretesto ieri Gaza, oggi il sempiterno antifascismo, domani la flatulenza di un pinco palla qualunque, perché ogni alibi è buono per criticare un governo che fa quello che i suoi predecessori non sono stati in grado di realizzare.
Le agenzie di rating arrivano sempre dopo, ma proprio perché arrivano dopo la loro certificazione ha un valore di stabilità di un giudizio formulato sulla base di un andamento e non di un momentaneo picco positivo (o negativo).
Resta il fatto che la promozione in serie rappresenta un beneficio per l'Italia e, singolarmente, per tutti gli Italiani, anche per coloro che credono di non esserne coinvolti.

lunedì 13 ottobre 2025

Vincere la pace-
Il primo passo verso la stabilizzazione di quella polveriera che, da che io ricordi, non ha mai smesso di generare tensioni e danni — diretti e indiretti — è finalmente stato compiuto.
Diretti, perché non possiamo dimenticare i dirottamenti, gli attentati, gli omicidi e le stragi perpetrate dai palestinesi anche sul nostro suolo, né l’ospitalità e l’addestramento offerti ai terroristi delle Brigate Rosse, della RAF e dell’IRA.
Indiretti, perché le conseguenze economiche e sociali — basti pensare alle devastazioni e agli scioperi cattocomunisti, anche di questi giorni — hanno inciso profondamente anche su di noi.
Questo primo passo è arrivato grazie a due attori sul campo, riluttanti ma messi in riga da un Trump in piena forma, deciso e assertivo. Netanyahu ha rinunciato a vincere la guerra: ora dovrà vincere la pace, seguendo i punti del “protocollo Trump” e affrontando le prossime elezioni con il peso e la responsabilità di guidare Israele verso una nuova fase.
Hamas, per parte sua, si è salvata per il rotto della cuffia: i vertici che guidavano l’organizzazione il 7 ottobre 2023 sono stati eliminati, e quelli rimasti — dirigenti di quarta e quinta fila — devono ora, facendo buon viso a cattivo gioco, tentare anche loro di vincere la pace.
Non sarebbe la prima volta che un gruppo armato si trasforma in forza politica. Accadde all’IRA dopo l’Accordo del Venerdì Santo del 1998: deposero le armi e intrapresero la via civile della competizione elettorale, fino a diventare oggi una componente rilevante — e spesso determinante — nel panorama politico dell’Irlanda del Nord e del Sud.
Ma vincere la pace è assai più difficile che vincere la guerra. In guerra si distrugge; nella pace si costruisce. E costruire è sempre più lungo e complesso che distruggere — come ben sappiamo noi italiani, se pensiamo a quanto poco sia bastato ai cattocomunisti per compromettere finanze, tradizioni e cultura, e quanto sia invece lungo il percorso di risanamento intrapreso dal Governo.
Nessuno può prevedere come si svilupperà questo processo di pace, ma è lecito augurarsi che siano in pochi a voler mettere le mani — o il cappello — sulla ricostruzione di quella terra martoriata.
È già un segnale incoraggiante sapere che, a Sharm, non è stata invitata l’Unione Europea nel suo insieme, ma che l’Europa sia rappresentata dalle sue nazioni storicamente, politicamente e culturalmente più autorevoli: Italia, Regno Unito, Germania e Francia.

Se il processo saprà proseguire con continuità, nessuno può dirlo. Ma possiamo sperare che, stavolta, entrambe le parti imparino — ciascuna nel proprio ambito — a vincere la pace. 

mercoledì 8 ottobre 2025

 Quando si compileranno le liste elettorali di Forza Italia, è fondamentale valutare con attenzione ciò che certi candidati hanno realmente fatto sul territorio: quanto si sono fatti vedere, quanto hanno partecipato alla vita dei militanti e se sono stati presenti in maniera costante, non solo con sporadiche apparizioni a cene o sagre. Bisogna considerare se si tratta di Forzisti della prima ora o di lunga militanza, oppure se provengono da altri partiti, se sono “traditori di ritorno” o semplici opportunisti.

La scelta dei candidati dovrebbe spettare a chi, poi, dovrà sostenerli e portarli al voto. Basta con i nomi imposti dall’alto o da cerchie ristrette: solo così si potrà riconquistare il consenso che il movimento merita. La base, i militanti, si aspettano segnali concreti, non dichiarazioni di facciata o previsioni illusorie su percentuali elettorali che spesso non corrispondono alla realtà. Di questo, prima o poi, bisognerà renderne conto.
I Berlusconiani della prima ora sono pronti anche a sostenere amici e candidati validi, ma se non verranno ascoltati, preparatevi a fare la campagna elettorale da soli, rincorrendo voti uno a uno e sbattendo la testa contro la realtà. Noi amici ne abbiamo da sostenere...

mercoledì 1 ottobre 2025

 La questione della flottiglia verso Gaza e la legittimità delle acque territoriali israeliane-

Negli ultimi anni si è più volte discusso delle cosiddette “flottiglie” dirette verso Gaza, con l’obiettivo dichiarato di rompere il blocco navale imposto da Israele. È importante chiarire alcuni punti di diritto internazionale e di sicurezza per comprendere perché queste iniziative non possano essere considerate azioni innocue.
Innanzitutto, le acque territoriali di fronte alla Striscia di Gaza rientrano sotto il controllo israeliano in virtù di una risoluzione delle Nazioni Unite, che riconosce a Israele il diritto e il dovere di monitorare e gestire tali zone marittime. Questo controllo ha una ragione precisa: prevenire il traffico di armi e materiali destinati a Hamas, organizzazione classificata come terroristica da Stati Uniti, Unione Europea e molti altri Paesi.
L’ingresso non autorizzato di imbarcazioni in queste acque costituisce dunque una violazione della sovranità e della sicurezza di Israele. In simili circostanze, il diritto internazionale marittimo e le risoluzioni ONU conferiscono allo Stato ebraico la facoltà di intervenire, anche con l’uso della forza, per fermare e ispezionare le navi sospette.
È essenziale ricordare che Hamas non rappresenta un normale attore politico, ma un gruppo armato responsabile di atti terroristici e di lanci di razzi contro civili israeliani. Chiunque cerchi di sostenerlo o di aggirare i controlli, anche indirettamente, si rende di fatto complice delle sue azioni.
Il principio che guida il blocco navale non è quindi un arbitrario atto di oppressione, ma una misura di autodifesa e di tutela della popolazione israeliana. Parlare di “flottiglie umanitarie” senza tener conto di questo contesto significa ignorare le implicazioni concrete per la sicurezza e la legalità internazionale.

lunedì 29 settembre 2025

 A pensare male…

E niente, improvvisamente spunta la psicosi dei droni: avvistati ovunque, più degli UFO ai tempi d’oro degli anni Sessanta e Settanta.
Solo che questa volta il pubblico è quello del Nord Europa, dove non vedono l’ora di giocare a Risiko coi russi. Ovviamente però a patto che in prima linea ci vadano i Marines di Trump: loro, al massimo, il coraggio lo esprimono via comunicato stampa.
Poi c’è l’omino in tuta mimetica di Kiev — scaduto da due anni come uno yogurt dimenticato in frigo — che continua a blaterare. Stavolta dice che il prossimo bersaglio sarà l’Italia. Ma certo: i droni russi dovrebbero farsi un bel tour europeo, sorvolando Polonia, Austria, Slovacchia e compagnia bella (tutti paesi NATO), i quali, ovviamente, farebbero finta di niente. Certo, come no. Versione per boccaloni.
E qui torna utile il caro vecchio Andreotti con la sua massima immortale: “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.”
E allora uno comincia a chiedersi: ma i danesi che denunciano sorvoli di droni — addirittura in formazione, roba che nemmeno le Frecce Tricolori — sopra la loro base militare più importante, e poi con il sorriso da finti tonti ammettono: “Eh, però non li abbiamo abbattuti”… cosa dovremmo pensare?
Va bene che un drone costa mille euro e il missile per buttarlo giù ne costa un milione, ma almeno UNO, giusto per curiosità scientifica, potevate abbatterlo. Così, per studiarlo e magari capire da dove viene.
Non serve lo scudo spaziale alla israeliana: un piccolo investimento di logica basterebbe.
O forse — e qui il sospetto cresce — lo sanno già benissimo. Solo che è molto più comodo gridare, ancora una volta, al lupo. Anzi, all’orso russo.

giovedì 25 settembre 2025

 E a chi non ci sta… peste lo colga!-

Enrico Cuccia, presidente e nume tutelare di Mediobanca quando l’istituto era il vero burattinaio dell’economia italiana, diceva che le azioni si pesano e non si contano.
Un principio che, in questi giorni, sembra trovare conferma anche nella politica internazionale, osservando l’Assemblea dell’ONU.
Centoquanta Stati hanno riconosciuto un’entità inesistente, ma i riflettori restano puntati su Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti. Senza Washington, infatti, ogni riconoscimento rischierebbe di restare un esercizio diplomatico sterile, utile solo nei minuetti delle ambasciate.
Di più: Trump, con un intervento di oltre un’ora – senza che il segretario generale Guterres, debole con i forti e arrogante con chi appare isolato come Netanyahu, osasse interromperlo dopo i quindici minuti previsti – ha tracciato con chiarezza la strada per liberarsi dalle catene ideologiche del “woke”, dell’LGBT e del BLM. Una rotta, secondo lui, necessaria per restituire all’Occidente il ruolo di guida nei progressi sociali, economici e culturali.
Il discorso di Trump, che condivido in toto salvo l’elogio a Zelensky, ha messo a nudo i mali di un Occidente stupidamente ripiegato su se stesso.
Immigrazione: che confonde identità e tradizioni di una civiltà unica, la quale, proprio per le sue caratteristiche oggi rinnegate nel nome di un’improbabile “inclusione”, ha dato al mondo più di qualsiasi altra.
Clima: la grande truffa del cambiamento climatico, che fa pagare solo l’Occidente. Stati pronti a sacrificarsi sull’altare di una ridicola transizione ecologica rinunciano alle fonti energetiche più efficaci ed economiche, contraendo le proprie economie e impoverendo i cittadini.
Guerre: che l’ONU, da sempre incapace di prevenirle o fermarle, non sa gestire. Un’organizzazione ridotta a stipendificio per burocrati e palcoscenico per la retorica di comparse, come dimostrerà ancora l’assemblea 2025. Diverso il ruolo che possono avere singoli Stati, come gli USA, quando decidono di mettere in campo tutta la loro forza.
Unione Europea: un’altra macchina burocratica “più dannosa che inutile”, che sa solo imporre obblighi e tasse, soffocando economie e popoli senza mai incidere davvero.
Un discorso, dunque, che è anche un programma: per chi vuole esserci, per chi vuole tornare grande. Per un Occidente che, come invocava Oriana Fallaci, deve svegliarsi dal torpore, dalla rassegnazione, dalla sudditanza verso minoranze che mirano a distruggere le fondamenta di una grande civiltà.
E a chi non ci sta… peste lo colga!

mercoledì 17 settembre 2025

 Crosetto ha ragione, ma perché dirlo a tutto il mondo ? -

Il Ministro della Difesa Crosetto mi piaceva nel 2013 (e anche prima quando fu costretto alle dimissioni per divergenze con Berlusconi) perché ebbe il coraggio di fondar e un nuovo soggetto politico senza alcun paracadute elettorale. Mi piace meno, anzi poco niente, da quando è ministro perché ha assunto un atteggiamento oltranzista nei confronti della Russia e di Israele, sposando le tesi unioniste, ma anche quando ha ragione si fa prendere troppo dalla voglia di parlare e di strafare.
L'ultima dichiarazione che non condivido, non per il contenuto, ma perché è stata resa pubblica, riguarda la intrinseca incapacità delle nostre Forze Armate di sostenere un attacco, addirittura da parte di chiunque. Probabilmente è vero., tacci tu che ne sei a capo- Non ho idea di quanto moderni siano i nostri armamenti, ma sicuramente abbiamo pochi effettivi, poco magazzino essendoci svenati per Zalenski, non abbiamo più riservisti che abbiano almeno una infarinatura della disciplina necessaria ad un esercito, le nostre truppe migliori sono sprecate in missioni internazionali nelle quali, alla fine, diventano solo scudi per terroristi come Hezbollah e ostacoli alla azione di chi, gli Israeliani, potrebbe eliminare definitivamente quella minaccia terroristica (e Crosetto vorrebbe addirittura continuarla anche da soli). Ma perché annunciare la nostra debolezza a tutto il mondo? Ci fosse ancora Gheddafi rischieremmo una invasione dei libici come ritorsione al periodo coloniale. Del resto se il ministro della Difesa in persona dice (a ragione) che non siamo in grado di difenderci da nessuno e che dopo venti anni di trascuratezza non bastano due anni di ricostruzione del nostro apparato, chiunque potrebbe farsi ingolosire e pensare di papparsi l'Italia. E noi chi manderemmo a combattere? Quelli del gay pride? i bamboccioni delle bande minorili? Le femministe, tutte, non una di meno? Ci difenderemmo sparando le incomprensibili parole della Schlein nella convinzione che il nemico ne sia travolto e fugga disordinatamente o facendo ascoltare agli invasori i discorsi di Bonelli e Fratoianni, di Conte e di Renzi finché non chiederanno la resa incondizionata? E' vero, c'è da ricostruire delle Forze Armate ben armate, efficienti e con organici adeguati alle necessità, quindi c'è da spendere e c'è da ripristinare la leva obbligatoria di almeno un anno di vero addestramento, con richiami periodici e una riserva inquadrata in una Guardia Nazionale che possa essere mobilitata in poche ore. C'è quindi da lavorare, in silenzio, senza proclami, magari utilizzando le ingenti somme che vengono sprecate a sostegno di Zalenski per le nostre Forze Armate. Capisco che, con le sue dichiarazioni, Crosetto cerchi di agevolare la ingente (e necessaria!) spesa che dovremo affrontare per le nostre Forze Armate. Ma non si dice, mai, che siamo nella m****.

venerdì 5 settembre 2025

 Rivoluzionari da operetta-

L’ultima trovata della Schlein, che ormai sembra raschiare il fondo del barile delle facezie da assemblea liceale, è chiedere la protezione del Governo Italiano – quindi della nostra Marina Militare – per barche che vanno volontariamente a sbattere contro il blocco navale israeliano.
E non basta: da più parti leggo che la richiesta di protezione sarebbe persino “diplomatica”, a beneficio di quattro parlamentari partiti all’avventura per raccattare qualche briciola di notorietà. Ribelli sì, ma solo col paracadute ben piegato dallo Stato che fingono di disprezzare.
La Meloni, per fortuna, pare aver dichiarato che i connazionali riceveranno l’assistenza minima necessaria, ma niente Marina Militare mobilitata. E meno male. Perché se uno decide di mettersi nei guai con entusiasmo e spirito d’incoscienza, andando a stuzzicare un governo straniero in piena zona di guerra, perché mai dobbiamo bruciare crediti diplomatici e risorse per andarlo a ripescare? Così, al ritorno, potrà gonfiare il petto come un tacchino da sagra e farsi incoronare “eroe” dal suo piccolo pubblico plaudente?
L’eroe, se mai, sarebbe quello che accetta le conseguenze fino in fondo: incarcerazione, processo, condanna. Come ha minacciato un ministro israeliano: terrorista? Bene, che si faccia ogni giorno di pena, senza piagnistei e senza chiedere al governo “nemico” di tirarli fuori dal pantano in cui si sono cacciati.
Questi paladini della morale mi ricordano i campioni del ridicolo ai tempi della leva obbligatoria: a parole patrioti integerrimi, pronti a servire la Patria; nei fatti, genitori sguinzagliati a cercare esenzioni per soprannumero, allergie inventate o malanni improvvisi. Tutti eroi… purché in pantofole.
Ai quattro parlamentari, dunque, un consiglio: smettetela con le pose da Macron all’amatriciana. Se volete la gloria della guerra, andateci pure. Ma lasciate a casa il salvagente dello Stato che criticate ogni giorno, salvo poi aggrapparvici con gratitudine quando vi toglie dai guai. Che almeno, questa volta, abbiate il coraggio di non farvi riportare indietro in braccio da chi tanto vi è indigesto.

lunedì 1 settembre 2025

La vera minaccia ha gli occhi a mandorla

Tra le tante verità storiche tramandate e, col tempo, arricchite da abbellimenti o invenzioni, vi è quella legata alla conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi nel 1453: data che segna la fine dell’Impero Romano d’Oriente, ormai romano solo di nome.
Si narra che, durante l’assedio finale, i vertici politici e religiosi dell’Impero, invece di cercare soluzioni concrete per rompere l’assedio e salvare la città (e le loro vite), si perdessero in discussioni teologiche e filosofiche prive di utilità pratica.

Da qui l’origine dell’espressione “discutere sul sesso degli angeli”, che rimanda a dibattiti oziosi, lontani dalla realtà e dai problemi urgenti.

Le nuove dispute dell’Occidente

Oggi, in Occidente, ci troviamo in situazioni simili.
Si parla di un ennesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia per la guerra in Ucraina, mentre in parallelo alcuni governi fomentano l’odio contro Israele, accusandolo di genocidio e invocando sanzioni ed embarghi. Si dimentica però che Israele combatte da decenni contro organizzazioni terroristiche che compiono attentati, dirottamenti, stragi. sta facendo pulizia dei terroristi (non solo Hamas, ma ha anche decapitato gli Houthy che lanciano missili contro le navi occidentali nel Mar Rosso e quasi liquidato le partite Hetzbollah, aiutando l'indipendenza del Libano e Iran, aiutando il mondo intero) straparlando di genocidio, di sanzioni, di embarghi, dimenticando che Israele è la vittima di una banda di terroristi che da 80 anni dirottano, fanno attentati, omicidi e stragi.

L’avanzata dei Brics

Mentre l’Occidente si divide in dispute ideologiche, altri Paesi si organizzano.
Le nazioni riunite nel gruppo Brics, oggi allargato e riunito a Shanghai, si muovono in modo apertamente ostile. Tra di esse vi sono stati che un tempo guardavano a noi come modello e che ora, a causa degli errori diplomatici occidentali, hanno trovato rifugio nell’abbraccio cinese.

Russia e India, pur avendo poco in comune con Cina, Cuba o Corea del Nord, siedono al tavolo di Shanghai. Questo perché l’Occidente ha negato loro quel rispetto che invece riserva a mode ideologiche interne, indebolendo ulteriormente sé stesso.

Cosa dovrebbe fare l’Occidente

Un esempio viene dall’Italia: se il governo Conte aveva aperto alla Via della Seta, l’esecutivo Meloni ha fatto marcia indietro, seppur tardivamente. Ma serve di più.
Occorre introdurre dazi mirati contro i prodotti cinesi realizzati in condizioni di lavoro e sicurezza inesistenti, che creano una concorrenza sleale verso le nostre economie.

È necessario abbandonare politiche ideologiche come l’ambientalismo radicale, che aumentano i costi e che i Brics non applicano, senza vantaggi reali.

I nostri governi devono capire che il vero pericolo per la libertà e la stabilità dell’Occidente non viene da Mosca – che storicamente guarda a noi – ma da Pechino.

 


martedì 19 agosto 2025

 Una delegazione numerosa è segno di debolezza e sfiducia reciproca-

Ho contato otto leader che hanno varcato, come scolaretti, il cancello della Casa Bianca convinti di poter condizionare il presidente Trump: Macron, Meloni, Mertz, Rutte, Starmer, Stubb, Von der Leyen e Zelensky.
Nella mia esperienza di trattative di lavoro, le delegazioni numerose sono quasi sempre risultate perdenti. Dietro quei tavoli affollati si nasconde di solito la sfiducia nei confronti del rappresentante ufficiale. Così, invece di presentarsi compatti, finiscono per litigare tra loro, perché ognuno spinge i propri interessi e cerca di mettere in primo piano ciò che sta a cuore a sé più che al vicino.
Trump, in questa fase, si trova nella parte del Mediatore: colui che prova a far convergere posizioni diverse. Dopo aver parlato e definito un percorso con uno dei contendenti — Putin — ora deve ottenere la firma di Zelensky. Ma Zelensky è la parte più debole: sconfitto sul campo, delegittimato dal mandato scaduto da due anni, privo di risorse, anche umane, per proseguire da solo la guerra.
Non potendo reggere da sé, Zelensky cerca sponde. Le trova nell’illusione che l’ingresso nella NATO e nell’Unione Europea rappresenti una garanzia di salvezza. Da qui la presenza, inevitabile, di Rutte e Von der Leyen, a rappresentare rispettivamente l’Alleanza Atlantica e Bruxelles.
E gli altri?
Gli altri sono lì a difendere i propri interessi nazionali, ben lontani dall’idea di un’“unità europea” sbandierata nei comunicati. Del resto, dopo due negoziati disastrosi — quello con Big Pharma sui vaccini e quello con Trump sui dazi — la Von der Leyen ha già dimostrato la sua abilità nel firmare accordi in perdita. E nessuno, dunque, si fida a lasciarle campo libero.
Nemmeno Starmer: pur facendo parte della NATO e quindi già rappresentato da Rutte, preferisce esserci di persona. Non certo per spirito unitario, ma per vigilare e, magari, guadagnare terreno sugli altri.
Non stupirebbe, quindi, se filtrassero indiscrezioni secondo cui Trump abbia dovuto spendersi non solo per mediare tra Russia e Ucraina, ma anche per ricomporre le divisioni interne alla delegazione europea.

domenica 17 agosto 2025

 

Oggi diamo “i numeri” un po’ di numeri. Mie valutazioni dati alla mano e da mie interpretazioni su Voto alle Regionali in Veneto 2025-

Ecco alcune stime (basate sui sondaggi più recenti) sulle percentuali di voto ai partiti/coalizioni in Veneto alle Regionali 2025. Nota: si tratta di previsioni, non molto diverse dalla realtà.


Sondaggi (dati nazionali rilevanti)

  • FdI: 30,5 %
  • PD: 23,1 %
  • M5S: 12,4 %
  • Lega: 8,2 %
  • Forza Italia: 8,1 %

 

Ipotesi di proiezione nel contesto veneto

Scenario standard (centro-destra unito):

Partito

Stima % approssimativa

FdI

29–30 %

FI

6–8 %

Lega

8–9 %

PD

22–23 %

M5S

11–12 %

Altri (+ indecisi)

10–15 %

Caso “tridente”:

  • Blocco autonomista (Lega + Lista Zaia + civiche): ~35 %
  • FdI + FI insieme: ~16 %
  • Centrosinistra (PD + alleati): ~29,5 %

Previsione complessiva

Centro-destra unito (più probabile se FdI + FI + Lega fanno fronte comune):

  • FdI ~30 %
  • FI ~6-8 %
  • Lega ~8–9 %
  • Totale centro-destra: ~45–47 %

Centro-sinistra + M5S:

  • PD ~23 % + M5S ~12 % = ~35 %

 

Riflessione e margine di errore

  • La maggioranza del centrodestra resta solida, ma FI e Lega rimangono indietro rispetto a FdI.
  • PD e M5S combinati potrebbero raggiungere ~35 %, una distanza significativa dal centrodestra, ma potenzialmente competitiva in caso di astensionismo o cambio dell’ultimo momento.
  • Altre liste/indecisi hanno un peso non trascurabile (~16–17 %), sufficiente a influenzare l’esito in caso di variazione nei flussi.

approfondiamo anche Lista Zaia e scenari elettorali con o senza coalizione — considerando anche soglie di sbarramento e premio di maggioranza nella legge regionale veneta.


1. Chi è la Lista Zaia (e quanto vale?)

  • Luca Zaia ha più volte affermato che una sua lista autonoma potrebbe raggiungere il 40–45 % delle preferenze.
  • In contesti considerati, si calcola che un blocco composto da Lega + Lista Zaia + civiche ("blocco autonomista") potrebbe ottenere circa 35 % dei voti.
  • Questo scenario andrebbe a staccare nettamente il tandem di Fratelli d’Italia + Forza Italia, che secondo lo stesso sondaggio si fermerebbero attorno al 16 %.

In sintesi: Zaia gode di una forza elettorale notevole — la sua eventuale lista autonoma è in grado, da sola o in combinazione, di rivoluzionare gli equilibri della coalizione di centrodestra.


2. Soglie di sbarramento e premio di maggioranza (legge regionale Veneto)

  • Il sistema elettorale veneto (L.R. n. 5/2012) prevede:
    • Soglia di sbarramento: liste singole devono ottenere almeno 3 % dei voti validi; coalizioni almeno 5 %, salvo eccezioni legate a liste che vi appartengano già sopra il 3 %.
    • Premio di maggioranza: il candidato presidente che supera il 40 % dei voti attribuisce alla coalizione vincente fino al 60 % dei seggi; se al di sotto del 40 %, il premio è più contenuto (es. 55 – 57,5 %).

Effetti attesi: soglie alte che possono penalizzare liste piccole; premio robusto che rafforza praticabilità di governo o assegnazione seggi.

 

3. Scenari ipotetici: con e senza “Lista Zaia”

Ecco alcuni scenari ipotetici considerando i dati (es. blocco autonomista ~35 %, FdI+FI ~16 %, centrosinistra ~30 %, altri ~19 %):

Scenario

Coalizione “blocco Zaia” (~35%)

FdI + FI (~16 %)

Centrosinistra (~30%)

Altri (<5 %)

Lista Zaia autonoma

supera sbarramento, entra forte

spesso sotto sbarramento

supera ma non vince magicamente

“altri” rischio sbarramento

FdI + FI

minimalità, sbarrano? rischio

forse sotto sbarramento a 5 %

Premio maggioranza

con ~35 %, possibile premio se Zaia presidente (anche >40?)

3a. **Lista Zaia autonoma + Lega/civiche (blocco autonomista)

  • Se coalizione che sostiene un candidato presidente si attesta sopra il 40 % dei voti totali, si attiverebbe un premio di maggioranza, con fino al 60 % dei seggi per quel blocco. Scenario forte, potenzialmente dominante.

3b. Centrodestra unito (FdI + FI + Lega + (eventuale lista Zaia interna))

  • Se unito e supera il 40 % o, meglio ancora, il 50 %, si garantirebbe il massimo premio di maggioranza, assicurando stabilità e ampia rappresentanza.

3c. Centrosinistra solido (~30 %)

  • Se il centrodestra fosse spaccato e non raggiungesse il 40 %, centrosinistra potrebbe competere meglio. Anche se non prende il premio da solo, può capitalizzare l’assenza di soglia per altri e intercettare seggi proporzionali.

3d. Liste minori / indecisi (<5 %)

  • A rischio di non superare lo sbarramento, determinando spreco di voti che possono andare a vantaggio di coalizioni più grandi in assegnazione proporzionale.

4. Proiezione “con margini”

Caso forteLista Zaia autonoma con >40 % voti nella coalizione vincente

  • Blocchi: Lista Zaia / Lega / civiche → vince premio: fino al 60 % dei seggi.
  • Resto: FdI+FI (forse sotto sbarramento), centro-sinistra incassa proporzionalmente.

Caso modestoBlocco Zaia al 35 %, centrodestra magari unito ma <40 %

  • Premio minore (55–57,5 %) alla coalizione vincente, ma valore ridotto.
  • Lista Zaia entra comunque forte. FdI/FI e Pd/M5S fluttuano attorno a soglia o dentro la proporzionale.

Caso tradizionaleCentrodestra unito (FdI+FI+Lega+Zaia) >40 %

  • Premio pieno → potente controllo del consiglio. Opposizione marginale.

Naturalmente sono mie valutazioni, pronto a rimangiarmele nel caso del centro destra superi il 60%...

Buona campagna a tutti, ma alcuni avranno il terrone nel sedere-