venerdì 1 marzo 2013

La lezione che viene dalle urne


(lo) Le elezioni sono andate esattamente come tutti coloro che non seguono i sondaggi avevano previsto: paralisi totale del Parlamento e psicodramma democratico. Ma non si può dire che siano andate poi così male, perché sono una vera e propria lezione di fronte alla quale si aprono solo due possibilità: capirla e trarne le dovute conseguenze, oppure cadere dal ciglio del burrone nel quale ci troviamo e finire nel baratro, ed è giusto che la sordissima classe politica italiana si trovi di fronte a questo aut aut. Intanto il voto ha ristabilito una regola fondamentale della democrazia in cui nessuno credeva più: le urne possono davvero cambiare gli scenari politici, le opinioni e i sentimenti popolari hanno un peso, e bisogna tenerne conto.


È un’ovvietà che avevamo tutti dimenticato, avvitati come eravamo nella polarizzazione destra/sinistra, Roma vs Lazio, che aveva inutilmente caratterizzato le campagne elettorali dell’ultimo quindicennio, e questo è un indubbio merito della presenza in campo di Monti e Grillo. Il primo perché il suo flop è la riprova che quando sei chiamato a somministrare medicine quasi mortali puoi anche essere considerato un salvatore della patria, a patto però poi di scomparire dalla scena. Perché uno che ha imposto all’Italia il “fiscal compact” non è credibile quando parla di crescita; perché la sua società civile è fatta di persone lontanissime dalla durezza della vita quotidiana della maggioranza degli italiani, e perché il tipo di Europa incarnata dallo stesso Monti, e dal quale egli è amato – autocratica e autoreferenziale – non è né sentita né amata dagli italiani. Su Grillo c’è poco da dire.


Ha costruito un partito sull’insofferenza e lo scontento, sì, ma poi lo ha strutturato, lo ha dotato di un programma (credibile o meno è un altro discorso), e lo ha portato ad essere il primo partito italiano. Alla faccia di chi lo ha sfottuto fino all’altro ieri; alla faccia di chi gridava all’antipolitica e riduceva l’impresa grillina alle invettive del comico genovese. A prescindere da quello che faranno ora i deputati del M5S, la positività dell’ingresso nelle istituzioni di tante persone comuni, nuove, non avvezze alle regole dei palazzi romani, è enorme. È la dimostrazione che quello che la classe dirigente chiama spregiativamente populismo e antipolitica non è altro che legittimo scontento saputo diventare proposta politica, rinnovamento. Non c’è spauracchio che abbia tenuto. Certo, ora tutto dipenderà dalla coerenza che il partito saprà dimostrare nell’attività parlamentare; dopo simili aspettative una grande delusione non sarebbe sopportata, e un movimento con eletti e personalità piuttosto eterogenei forse potrebbe non sopravvivere. Altro discorso il Pd e il Pdl.


Alla sinistra è rimasta una unica certezza: quando si tratta di perdere non la batte nessuno. Perché? Perché rifiuta caparbiamente di diventare un partito socialdemocratico, anche quando ne ha la possibilità. Un partito che scarta il suo jolly per il cambiamento e si chiude a guscio nell’angusto perimetro di Sel e della Cgil è un partito che non vuole capire che questo paese non è di sinistra. Non di questa sinistra. Ma c’è un capolinea anche per i più ottusi, e il rinnovamento non sarà più rinviabile. È un’ottima notizia.

giovedì 28 febbraio 2013

  Tanto si tornerà a votare tra un anno

(lo) Non sembra essere una strada percorribile seguire l'esempio della Grecia ed andare a votare di nuovo nel giro di qualche mese, Perché il paese ha già pagato uno scotto di immobilità alla campagna elettorale appena conclusa e non potrebbe mai permettersi di raddoppiare la fase di paralisi decisionale per il tempo necessario ad una nuova campagna elettorale. Tanto più che per i partiti tradizionali andare a nuove elezioni subito dopo aver perso quelle immediatamente precedenti significherebbe rassegnarsi ad una nuova e più cocente e sconfitta e consegnare il futuro Parlamento e l'intero paese alle mani imprevedibili e poco rassicuranti di Beppe Grillo. Ma non è neppure pensabile che la nuova legislatura possa andare avanti troppo a lungo con la situazione di ingovernabilità espressa dal voto di domenica scorsa.


A meno che Pierluigi Bersani non esca dal bunker con le mani alzate piegandosi all'intimazione dei “grillini” ed offrendo a Grillo la guida di un futuro governo sostenuto dall'esterno dal Pd (e non è detto che il comico genovese sarebbe disposto ad accettare questa proposta), non esiste alcuna possibilità di dare una guida certa e solida al paese. C’è, sicuramente, la possibilità di mettere in piedi un governo di tregua, d'emergenza o di scopo (la fantasia non manca per trovare definizioni a formule comunque raffazzonate). Ma è fin troppo evidente che un esecutivo formato dai partiti di Bersani, Monti e Berlusconi non potrebbe mai avere vita lunga e non travagliata. C’è dunque da pensare che se le elezioni anticipate non ci saranno tra tre mesi, ci potranno essere entro un anno. Magari in abbinamento con quelle elezioni europee che sono fissate per la primavera del 2014. È a questa data che si deve rinviare l'obbiettivo di una stabilizzazione del quadro politico.


Ed è tenendo presente questa data che le forze politiche tradizionali debbono incominciare ad attrezzarsi per non venire spazzate via da un nuovo e più forte tsunami provocato dal “terremoto Grillo”. L’esigenza riguarda in primo luogo il Partito Democratico, che è il vero sconfitto della tornata elettorale. Ma riguarda anche il Pdl e le altre forze del centrodestra e dell'area moderata a cui non può bastare la conferma di poter contare sul carisma di Silvio Berlusconi per pensare di potere riassorbire le fasce dei delusi passate all'antipolitica grillina e poter sperare di tornare a rappresentare la maggioranza del paese. In questa impresa di rinnovamento e di ristrutturazione in vista dell'inevitabile prossimo appuntamento elettorale lo schieramento che ha più possibilità di recupero è il centrodestra. Perché il trauma del voto è destinato a provocare pesanti ripercussioni dentro in Partito Democratico dove la sconfitta di chi aveva puntato sull'alleanza con il centro può spingere le componente più di sinistra a cercare di riconquistare i voti passati a Grillo spostando su posizioni più radicali ed estremiste il baricentro del partito. E l’eventuale radicalizzazione del gruppo dirigente del Pd non può non provocare l'inevitabile riavvicinamento verso il centro destra di quelle diverse componenti dell'area centrista uscite malconce, deluse e scompaginate dalla partita elettorale. I risultati hanno dimostrato che non esiste uno spazio per un terzo polo teso a restaurare la Prima Repubblica.


E nel momento in cui il Pd dovesse spostarsi sempre più a sinistra per rincorrere Grillo, l’area centrista non potrebbe far altro che superare la pregiudiziale personale nei confronti di Berlusconi e ricucire rapporti con il centrodestra all'insegna della comune concezione della democrazia liberale. Ma il gruppo dirigente del Pdl sopravvissuto allo tsunami sarà capace di aprirsi alle nuove esigenze o punterà ancora una volta alla propria blindatura nella convinzione di poter sempre e comunque contare sui miracoli elettorali del Cavaliere?...ma noi della base questa volta non glielo permetteremo e saremo noi i primi a spazzarli via.