domenica 28 aprile 2013

Al governo con gli impresentabili

Sono stati necessari due mesi e svariate capocciate contro il muro, per convincere i comunisti che le strade, viste l'esito del voto di febbraio, erano solo due: voto o governo di larghe intese.
Poichè a sinistra, nonostante le sberle prese, non sono ancora completamente suonati, hanno capito che il voto li avrebbe ricacciati all'opposizione e, così, hanno accettato di fare un governo con gli impresentabili del PdL, con il "blocco berlusconiano" come lo chiama l'alleato sedotto e abbandonato, Vendola.
Molto più delle parole sarà importante quel che il governo Letta-Alfano potrà realizzare nella sua, presumo, breve vita prima di tornare alla "normalità" con nuove elezioni.
Probabilmente la strategia di Berlusconi ha evitato il peggio, rappresentato dall'elezione al Quirinale di Prodi o Rodotà da parte di una maggioranza tra comunisti e grillini cui sarebbe seguito un governo Bersani (perchè una ventina di senatori sarebbe riuscito a rappattumarli per avere la fiducia) e una serie di leggi abominevoli come ulteriori tasse, l'introduzione dello ius soli con la concessione della cittadinanza e del voto agli immigrati, l'elevazione a dignità di legge dei capricci omosessuali, in particolare il "matrimonio" tra di loro.
Evitato il peggio, la coerente linea di Berlusconi ha portato al governo Letta di cui conteranno le azioni, ma anche i nomi.
Su questo devo dire che, forse, si è concesso troppo per salvare la faccia al pci/pds/ds/pd.
Io avrei trattato i ministeri (quali e quanti) e riservato ai singoli partiti la scelta dei nomi.
Il PdL ha schierato una buona squadra, ma troppo sbilanciata sul fronte delle colombe.
Qualche riserva anche sulla ripartizione geografica dei nomi PdL.
Nel complesso, però, pur essendo nomi di secondo piano e con una immagine "dialogante" (sin troppo) sono persone che danno una caratterizzazione politica alla presenza del Centro Destra.
Nel rispetto del principio poc'anzi espresso, non giudico le scelte altrui.
Mi limito ad esprimere totale dissenso per la nomina della Bonino , il cui unico atto apprezzabile sarebbe offrirsi in ostaggio all'India al posto dei nostri Marò (e là restare definitivamente) e di due ministri di nazionalità straniera con la sola cittadinanza italiana.
Il programma, infine.
Se ci sarà una riduzione dell'imposizione fiscale che restituisse ai cittadini, a TUTTI i cittadini, maggiore capacità economica, sarebbe già una impronta positiva.
Se ci sarà una maggiore resistenza alla protervia tedesca, sarebbe già un passo verso la giusta direzione.
Se venisse introdotto il presidenzialismo con l'elezione diretta del presidente della repubblica, sarebbe una svolta importante.
Se, poi, venisse abolita l'imu sulla prima casa (non oso sperare ancora nella restituzione di quella pagata nel 2012, per tale beneficio dovremo aspettare la vittoria del Centro Destra alle prossime elezioni) , se si riuscisse a coalizzare le nazioni europee per mettere all'angolo la Germania, archiviare la costituzione del 1948 per una nuova, più snella e flessibile, allora sarebbe un successone, ascrivibile essenzialmente a Berlusconi che diverrebbe, in tal modo, il Padre della Patria assieme a Napolitano.
Ma per questo bisognerà attendere i primi passi concreti del governo.

lunedì 22 aprile 2013

A letto col nemico

A sinistra dovranno farsene una ragione: o un governo con Belzebù Berlusconi, oppure nuove elezioni che porteranno quello stesso Belzebù a non aver bisogno dei loro voti per stare al governo.
Non piace a loro, non piace a noi.
Ma non esiste una terza via.
Abbiamo perso quasi due mesi dal voto che ha sancito numeri inequivocabili.
L'incognita è data dall'affidabilità di quello che fu uno dei partiti più organizzati e monoliti d'Italia, i cui resti si chiudono senza speranza nei palazzi che avevano occupato con tracotante sicurezza.

venerdì 19 aprile 2013

Leadership forti per scelte impopolari

(LO)In questo tormentato frangente politico, in cui vi sarebbe la necessità di adottare dolorose e impopolari decisioni, domina invece una irresponsabile retorica Soprattutto a sinistra e nell'area grillina, si cerca di cavalcare in tutti i modi la demagogia del partito degli onesti, proiettando anche in tale fase una antica illusione popolare. Tuttavia, la logica dei numeri e del buon senso dicono ben altro, ponendo l'accento su alcuni fattori di natura sistemica. In primis l'enorme distorsione economica e finanziaria provocata da un crescente eccesso di spesa pubblica e di tassazione che sta mandando letteralmente in bancarotta il Paese. Una distorsione, sintetizzabile plasticamente con un 55% del Pil intermediato dalla politica e dalla burocrazia, che in estrema sintesi rappresenta il portato di una democrazia del consenso sempre più basata sul cosiddetto deficit-spending.

Tutto ciò ha fatto stratificare un sistema italiano in cui la quota di popolazione che vive a qualunque titolo di spesa pubblica è aumentata enormemente nel corso dei decenni. Basti pensare che, nonostante la "demoniaca" riforma previdenziale del governo Monti - a mio avviso la cosa più seria realizzata dai tecnici- , la nostra spesa pensionistica, complice anche il crollo del reddito nazionale, si sta attestando su un colossale 16,2% del Pil, ben oltre 5 punti in meno rispetto a Francia e Germania. E per quanto la Cgil della Camusso e di Landini continui a raccontarci che troppa gente anziana prende vitalizi da fame, è indubbio che complessivamente la macchina mangia soldi dell'Inps andrebbe drasticamente riformata, a prescindere dalla trilussiana teoria del mezzo pollo a testa. Così come gli altri grandi settori di spesa di questo Stato dissipatore, come la sanità e il pubblico impiego, dovranno necessariamente essere ridimensionati sul piano dello spazio e delle competenze, se si vuole allentare il cappio fiscale che sta letteralmente strangolando l'economia reale.

D'altro canto, la coperta finanziaria della mano pubblica è sempre più corta e il ricorso all'indebitamento non può coprire all'infinito la falle di un meccanismo che non si aggiusta con qualche pannicello caldo. I segnali in questo senso non mancano. L'allarme rosso scattato anche per la sostenibilità nel breve e nel medio periodo della cassa integrazione costituisce l'ennesima conferma che l'ora delle scelte irrevocavile sembra giunta, parafrasando una celebre frase di un famoso pelatone del secolo scorso. Mi sembra sempre più evidente che, seppur con le necesseria gradualità democratica, l'unico modo per allentare la tensione finanziaria che si scarica sull'economia privata, soffocando consumi ed investimenti, passa obbligatoriamente per una decrescita felice della quota di risorse controllate dalla politica, creando i presupposti per una decisa riduzione del carico fiscale complessivo. Ma per portare avanti un simile programma, fondato su una austerità vera dal lato dei risparmi a regime, ci vogliono autentici statisti, consapevoli di rischiare un alto prezzo politico pur di condurre l'Italia fuori dalla palude in cui sta rapidamente sprofondando. Statisti che non si comportino come l'attuale segretario del Pd, il quale sembra preferire una prossima sconfitta certa alle sempre più inevitabili elezioni supplementari, tenendosi però un partito rinserrato nella vecchia ridotta comunista, piuttosto che passare la mano a chi magari vorrebbe percorrere strade diverse.

giovedì 18 aprile 2013

Perché è ora che gli italiani scelgano da soli

(lo)Mentre Milena Gabanelli si chiama fuori (dopo una riflessione così prolungata da far trasparire scarso senso del ridicolo), e Rodotà dunque, alla fine, dovrebbe essere il nome scelto dal M5S per sfidare il Pd, e mentre Prodi sembra ormai uscito dalla partita, con il deludente ottavo posto ottenuto alle “Quirinarie”, sembra Giuliano Amato il fortunato (o sfortunato) destinato ad entrare Papa nel Conclave presidenziale (con D'Alema nient'affatto rinunciatario). Rodotà, quindi, se il Pd intende ancora proseguire sulla via penitenziale e gravida di umiliazioni predisposta da Grillo. Amato, se invece prevarrà la linea di una qualche forma di dialogo e collaborazione con il Pdl.

Cassese l'outsider, ma sarebbe il colmo se Berlusconi si facesse convincere a mandare al Colle un giudice della Consulta. Queste le indicazioni dei retroscena della vigilia, che come si sa lasciano il tempo che trovano. Anche perché stentiamo a credere che davvero Pd e Pdl intendano puntare su Amato. Sarebbe una scelta politicamente suicida per entrambi e anche rischiosa per la tenuta del sistema, tanta è l'impopolarità dell'ex presidente del Consiglio socialista. Possibile che i partiti siano così sconnessi dalla realtà del paese da non cogliere la portata del risentimento anti-sistema che scatenerebbe l'elezione di Amato? Per gli italiani è, e sarà sempre, il parassita di Stato che si porta a casa più di 30 mila euro di pensioni al mese, nessuna delle quali ovviamente maturata con il sistema contributivo; colui che ha prelevato di notte i soldi dai conti corrente degli italiani e che continua a proporre nuove tasse patrimoniali; colui che per riciclarsi nella II Repubblica ha fatto finta di non conoscere Craxi, di cui fu sottosegretario e braccio destro. Insomma, Amato incarna tutto ciò che gli italiani disprezzano dello Stato e della casta: privilegi, tasse, trasformismo.

Con la sua elezione anche il Quirinale, un'istituzione fino ad oggi solo marginalmente oggetto degli attacchi dell'antipolitica, potrebbe precipitare nella crisi di legittimazione e autorevolezza che stanno vivendo i partiti. Ma al di là del merito, del “totonome”, è il metodo di elezione del nostro presidente della Repubblica a meritare qualche riflessione. Si tratta infatti di un rito stucchevole e opaco, un bizantinismo ormai fuori dalla storia, con risvolti persino surreali. Basti pensare che la sola assenza di candidature ufficiali può portare ad un esito assurdo. Dove sta scritto, infatti, che il Giorgio Napolitano eletto nel 2006 fosse proprio “quel” Giorgio Napolitano e non un omonimo, e che non esistano altri Giuliano Amato o altre Emma Bonino? Ma soprattutto, se è vero che gli ultimi presidenti hanno visto accrescere enormemente il loro peso politico pur senza esercitare poteri che non fossero previsti dalla nostra Costituzione, è indubbio che quello del capo dello Stato non è più il ruolo così neutro e imparziale come era stato concepito dai costituenti e interpretato dai primi 6/7 presidenti. Negli ultimi decenni si è trasformato. A causa della crisi dei partiti e dell'intero sistema politico-istituzionale, non certo di una volontà prevaricatrice da parte degli inquilini del Colle, il loro è diventato un ruolo supremamente politico, “intra partes” piuttosto che super partes.

Ormai è inutile, velleitario, aspettarsi una figura neutra e imparziale. Primo perché non c'è. Secondo, perché ormai il contesto storico e politico richiede tutt'altro che neutralità. Proprio quest'ultimo settennato ci insegna a non confondere la correttezza con la neutralità: sempre corretto dal punto di vista formale, e attento garante delle istituzioni, Napolitano ha interpretato in modo tutt'altro che neutro e imparziale il suo ruolo. D'altra parte, i nostri costituenti avevano sì concepito una figura di capo dello Stato alla quale per decenni neutralità e imparzialità sono state indossolubilmente associate, sembrando inderogabili, ma l'hanno anche dotato di poteri potenzialmente molto incisivi, tipicamente “presidenzialisti” (come il potere di nomina del presidente del Consiglio o di scioglimento delle Camere), lasciando ampia discrezionalità interpretativa sul suo ruolo. E invece di consegnare ai cittadini le chiavi del Quirinale, temendo svolte populiste hanno preferito lasciarle in mano ai partiti. Per circa 40 anni tali poteri sono rimasti “in sonno”, essendo il sistema politico bloccato. Ma pur nel rispetto del dettato costituzionale, i connotati “presidenzialisti” hanno finito per prevalere su quelli “notarili”. Pertini e Cossiga hanno sdoganato le “esternazioni presidenziali”, al di fuori dei messaggi formali alle Camere previsti dalla Costituzione.Da quando è stata introdotta la democrazia dell'alternanza, i presidenti che si sono succeduti hanno interpretato il loro ruolo di garanzia come interposizione, se non contrapposizione alla maggioranza a loro non affine politicamente, trovando nella Costituzione i poteri per farlo e dando luogo quindi ad una forma di diarchia. Il risultato è che oggi in Italia il semipresidenzialismo c'è già: nei poteri, ma senza investitura popolare. Un semipresidenzialismo “a corrente alternata”. Il Quirinale ha lavorato come uno studio notarile durante i governi di centrosinistra, mentre ha esercitato i suoi poteri in senso presidenzialista durante i governi di centrodestra, dando vita ad una sorta di “coabitazione”. Napolitano è il presidente che ha portato a compimento questo processo. Pur nel rispetto formale dei suoi poteri costituzionali, è diventato un “dominus” della scena politica, riempiendo uno spazio politico lasciato vuoto dalla debolezza sia del governo che del Parlamento. Con tempismo perfetto ha saputo inserirsi nel dibattito quotidiano e nella dialettica tra le forze politiche, offrendo autorevoli “coperture” istituzionali o lanciando dure reprimende, oscillando tra arbitro ineccepibile, indebita sponda e giocatore a tutti gli effetti.

È arrivato a condividere con l'esecutivo importanti atti di indirizzo, esercitando di fatto un potere di veto e/o di vaglio preventivo sui decreti legge, spesso sottoposti ai suoi uffici addirittura prima di arrivare in Consiglio dei ministri. Ma è intervenuto pesantemente anche sul processo legislativo: contribuendo ad affossare provvedimenti (come il ddl intercettazioni); condizionando il calendario parlamentare e l'agenda politica; e qualche volta vagliando i testi di legge prima che uscissero dalle commissioni parlamentari. Sia pure spinto da circostanze eccezionali, è arrivato a scegliersi un premier. Completare con gli opportuni poteri ed equilibri questa innovazione presidenzialista, dandogli legittimità costituzionale e investitura popolare diretta, come avviene, per esempio, in Francia, è ormai indispensabile e urgente, se non si vuole incrinare anche la fiducia degli italiani nel Quirinale. In un paese normale, Pd e Pdl saprebbero approfittare dell'impasse politico per avviare una fase “ri-costituente”: rieleggendo Napolitano come garante di un rapido processo di riforma (basato sullo scambio tra doppio turno di collegio e semipresidenzialismo) da portare a compimento in 12 mesi.