La questione della flottiglia verso Gaza e la legittimità delle acque territoriali israeliane-
Negli ultimi anni si è più volte discusso delle cosiddette “flottiglie” dirette verso Gaza, con l’obiettivo dichiarato di rompere il blocco navale imposto da Israele. È importante chiarire alcuni punti di diritto internazionale e di sicurezza per comprendere perché queste iniziative non possano essere considerate azioni innocue.Innanzitutto, le acque territoriali di fronte alla Striscia di Gaza rientrano sotto il controllo israeliano in virtù di una risoluzione delle Nazioni Unite, che riconosce a Israele il diritto e il dovere di monitorare e gestire tali zone marittime. Questo controllo ha una ragione precisa: prevenire il traffico di armi e materiali destinati a Hamas, organizzazione classificata come terroristica da Stati Uniti, Unione Europea e molti altri Paesi.
L’ingresso non autorizzato di imbarcazioni in queste acque costituisce dunque una violazione della sovranità e della sicurezza di Israele. In simili circostanze, il diritto internazionale marittimo e le risoluzioni ONU conferiscono allo Stato ebraico la facoltà di intervenire, anche con l’uso della forza, per fermare e ispezionare le navi sospette.
È essenziale ricordare che Hamas non rappresenta un normale attore politico, ma un gruppo armato responsabile di atti terroristici e di lanci di razzi contro civili israeliani. Chiunque cerchi di sostenerlo o di aggirare i controlli, anche indirettamente, si rende di fatto complice delle sue azioni.
Il principio che guida il blocco navale non è quindi un arbitrario atto di oppressione, ma una misura di autodifesa e di tutela della popolazione israeliana. Parlare di “flottiglie umanitarie” senza tener conto di questo contesto significa ignorare le implicazioni concrete per la sicurezza e la legalità internazionale.
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