lunedì 13 ottobre 2025

Vincere la pace-
Il primo passo verso la stabilizzazione di quella polveriera che, da che io ricordi, non ha mai smesso di generare tensioni e danni — diretti e indiretti — è finalmente stato compiuto.
Diretti, perché non possiamo dimenticare i dirottamenti, gli attentati, gli omicidi e le stragi perpetrate dai palestinesi anche sul nostro suolo, né l’ospitalità e l’addestramento offerti ai terroristi delle Brigate Rosse, della RAF e dell’IRA.
Indiretti, perché le conseguenze economiche e sociali — basti pensare alle devastazioni e agli scioperi cattocomunisti, anche di questi giorni — hanno inciso profondamente anche su di noi.
Questo primo passo è arrivato grazie a due attori sul campo, riluttanti ma messi in riga da un Trump in piena forma, deciso e assertivo. Netanyahu ha rinunciato a vincere la guerra: ora dovrà vincere la pace, seguendo i punti del “protocollo Trump” e affrontando le prossime elezioni con il peso e la responsabilità di guidare Israele verso una nuova fase.
Hamas, per parte sua, si è salvata per il rotto della cuffia: i vertici che guidavano l’organizzazione il 7 ottobre 2023 sono stati eliminati, e quelli rimasti — dirigenti di quarta e quinta fila — devono ora, facendo buon viso a cattivo gioco, tentare anche loro di vincere la pace.
Non sarebbe la prima volta che un gruppo armato si trasforma in forza politica. Accadde all’IRA dopo l’Accordo del Venerdì Santo del 1998: deposero le armi e intrapresero la via civile della competizione elettorale, fino a diventare oggi una componente rilevante — e spesso determinante — nel panorama politico dell’Irlanda del Nord e del Sud.
Ma vincere la pace è assai più difficile che vincere la guerra. In guerra si distrugge; nella pace si costruisce. E costruire è sempre più lungo e complesso che distruggere — come ben sappiamo noi italiani, se pensiamo a quanto poco sia bastato ai cattocomunisti per compromettere finanze, tradizioni e cultura, e quanto sia invece lungo il percorso di risanamento intrapreso dal Governo.
Nessuno può prevedere come si svilupperà questo processo di pace, ma è lecito augurarsi che siano in pochi a voler mettere le mani — o il cappello — sulla ricostruzione di quella terra martoriata.
È già un segnale incoraggiante sapere che, a Sharm, non è stata invitata l’Unione Europea nel suo insieme, ma che l’Europa sia rappresentata dalle sue nazioni storicamente, politicamente e culturalmente più autorevoli: Italia, Regno Unito, Germania e Francia.

Se il processo saprà proseguire con continuità, nessuno può dirlo. Ma possiamo sperare che, stavolta, entrambe le parti imparino — ciascuna nel proprio ambito — a vincere la pace. 

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