Più tagli alla spesa, meno tasse-
I bilanci, si sa, sono una brutta bestia. E più sono pieni di spese già deliberate in passato — quelle che nessuno ha mai avuto il coraggio di tagliare — più diventano difficili da gestire.
Il ruolo del tesoriere, che si tratti di uno Stato o di una semplice bocciofila, è sempre il più ingrato: da un lato deve riscuotere le quote o le imposte dovute, dall’altro deve garantire la copertura finanziaria per ogni spesa programmata. E spesso, deve dire dei “no” — quasi sempre malvolentieri.
Chiunque abbia partecipato, anche nel suo piccolo, all’amministrazione di un ente, una bocciofila, un’associazione o una società sportiva, può intuire — moltiplicando all’ennesima potenza quell’esperienza — la difficoltà di un Ministro dell’Economia che deve far quadrare i conti di un Paese come l’Italia.
Dopo tre anni di Governo di Centro Destra, i risultati sembrano dare ragione a Giorgetti:
lo spread è stabilmente intorno agli 80 punti (dai 220 ereditati da Conte e Draghi), i rating internazionali migliorano, e il debito appare sotto controllo.
Proprio per questo, è con cautela che mi permetto di criticare quei provvedimenti — forse inevitabili — che prevedono nuove tasse o prelievi, di qualunque natura essi siano.
Mi riferisco in particolare all’aumento della cedolare sugli affitti e al prelievo sulle banche.
Forse, per far tornare i conti, non se ne può fare a meno. Ma, dal punto di vista di una sana economia liberale, rappresentano comunque una forma di male endemico: le tasse.
Quel peso che da decenni grava sull’economia italiana, frenandone crescita, iniziativa e libertà.
È chiaro che non si possa, dall’oggi al domani, azzerare la miriade di benefici, agevolazioni, rottamazioni e contributi che nel tempo si sono stratificati nel bilancio pubblico. Ma qualche taglio mirato alle spese che continuano a sostenere realtà che dovrebbero invece reggersi sul mercato, dovrebbe diventare una priorità.
Penso ai giornali, al cinema, ma anche alle ONG che si dichiarano “non governative” e poi cercano finanziamenti pubblici per coprire attività che dovrebbero essere fondate su liberalità private — come l’assistenza e l’accoglienza dei migranti.
Se davvero vogliamo invertire la rotta assistenzialista, dirigista e statalista che ha frenato l’Italia, dobbiamo avere il coraggio di togliere qualcosa a chi ha avuto troppo, per decenni, grazie a politiche clientelari e di privilegio.
Prima di introdurre una nuova tassa o un nuovo prelievo, lo Stato dovrebbe snellire la propria spesa, rendere il bilancio più essenziale e restituire ai cittadini e alle imprese un po’ di respiro.
Ridurre le tasse — e magari anche il loro numero — significherebbe permettere a ciascuno di spendere meglio, secondo le proprie priorità, invece di vedere i propri guadagni svanire verso Roma, dove spesso vengono redistribuiti in base alla forza di pressione di questo o quel gruppo di interesse.
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