sabato 9 marzo 2013

Amici io sarò li!!! e mi piacerebbe salutare tutti gli amici in piazza. VI ASPETTO NUMEROSI (io sono li con la bandiera di FORZA ITALIA!)



lunedì 4 marzo 2013


Governissimo politico. Grillo out. Il piano 'segreto' di Berlusconi


ESCLUSIVO! (AI)- Un governo politico e non tecnico che duri almeno tre anni. E' questa la posizione di Silvio Berlusconi per risolvere la complessa situazione politica dopo le elezioni del 24-25 febbraio. Una fonte ai massimi livelli del Popolo della Libertà, molto vicina a noi Promoti della Libertà, spiega il piano della principale forza di Centrodestra. Nessun rapporto con il Movimento Cinque Stelle. "Beppe Grillo è totalmente inaffidabile. Ed è impensabile fare un esecutivo con lui", confida la fonte. Il problema è che Pierluigi Bersani si è attestato su questa posizione. Ma - dicono dalle parti di Palazzo Grazioli - non tutti nel Pd la pensano come il segretario.


 Quindi per il momento Berlusconi resta in attesa che naufraghi il tentativo di dialogo con l'M5S, sicuro che prima o poi il Partito Democratico busserà alla porta del Pdl. Secondo il Cav è chiaro che il premier non potrà essere lo stesso Bersani: primo perché non ha vinto le elezioni e secondo perché ha escluso all'indomani del voto la Grande Coalizione. Servirà una personalità di spicco di area democratica, ma non il segretario. Ipotesi in campo: Massimo D'Alema o Enrico Letta. Ma qualora il Pd non volesse spendersi in prima persona la carta giocabile sarebbe quella di Corrado Passera, ministro del governo Monti che non ha seguito il Prof della Bocconi nel naufragio elettorale. Ma Berlusconi non vuole un altro governo tecnico, bensì un esecutivo politico con dentro ministri dei due principali partiti.


 E il Quirinale? Rientra ovviamente nella partita. E in questo schema il prossimo capo dello Stato dovrebbe essere di Centrodestra. Il nome è quello di Gianni Letta, moderato e cattolico che può garantire le gerarchie della Chiesa e prendere voti in Parlamento anche dai centristi. Ovviamente Lega, Fratelli d'Italia e Sel resterebbero fuori dalla maggioranza. Berlusconi non ha alcun interesse a diventare presidente del Senato. "Non gli importa proprio", spiega la fonte. Anche se potrebbe in prima persona guidare un dicastero. L'obiettivo sarà quello di garantire l'Europa sulle riforme economico, modificare il Porcellum e cambiare la Costituzione per rispondere all'ondata di anti-politica: dimezzamento del numero dei parlamentari e fine del bicameralismo perfetto con l'introduzione del Senato delle Regioni. In cambio dell'ok all'elezione diretta del presidente della Repubblica, il Pdl potrebbe concedere al Pd una legge elettorale alla francese, ovvero doppio turno con collegi uninominali.

Senza una maggioranza omogenea


Carlo Azeglio Ciampi è il responsabile dell’attuale stallo, dei danni che ne derivano, della mancanza di una maggioranza parlamentare chiara e coesa.O, precisamente, il predecessore di Napolitano è responsabile di una legge elettorale che vediamo funziona benissimo alla camera, ma non altrettanto al senato.Ciampi ha infatti imposto che, in cambio della sua firma per la promulgazione della legge, al senato il premio di maggioranza fosse frazionato per regioni e non conteggiato a livello nazionale.Alcuni “puristi” dell’assemblearismo e delle chiacchiere che loro chiamano “democrazia”, storceranno il naso sul fatto che una coalizione, come quella di sinistra, che non ha raggiunto il 30% dei voti validamente espressi e, per di più, ha sopravanzato la coalizione concorrente di soli 120mila voti, possa governare.Ma la scelta è tra l’ingovernabilità della rappresentanza proporzionale e il governo della minoranza più forte.Certo, se questa minoranza si propone azioni devastanti, completamente ostili all’altra grande minoranza (leggi di privilegio per gli omosessuali, esproprio degli immobili, taglieggiamento dei redditi, razzie sui risparmi, accoglienza con tanto di regalia di cittadinanza e voto per stranieri che nulla hanno a che spartire con la nostra terra e con la nazionalità Italiana, cessione di larghe fette di Sovranità ad enti internazionali senza il consenso dei cittadini, introduzioni di leggi punitive della libertà di opinione e di manifestarla) allora molto, ma molto meglio nessun governo e quello di Ciampi diverrebbe un merito e non più una colpa.Ma in una Nazione veramente tale, dove le parti, pur differenziandosi su aspetti progettuali, avessero a base gli stessi Valori e Principi fondanti della comunità, la governabilità diventa un bene.Ma tutta questa è pura e semplice teoria, la politica è l’arte del possibile e cosa c’è di possibile in Italia oggi ?L’unica possibilità è un governo ancora una volta extraparlamentare, una sorta di “governo del re”, presieduto da un soggetto che sarebbe potuto essere, questa volta legittimamente, un Monti (ma oggi non più Monti Mario che si è bruciato schierandosi) che si presentasse in parlamento per ottenere la fiducia su pochi punti per “mandare avanti” lo stato, senza intaccare le scelte di fondo e restituire a giugno la parola agli elettori.Quali provvedimenti ?Il primo e principale per restituire dignità allo stato è, se non abolire e restituire compito prettamente politico, sospendere il pagamento dell’imu di giugno, lasciando al governo che verrà, eletto dal Popolo, deciderne la sorte definitiva.Il secondo è riformulare la legge elettorale per garantire la governabilità.Escludendo il ritorno al proporzionale le strade sono soltanto due:


un maggioritario uninominale secco senza alcun “recupero” proporzionale e senza la pagliacciata del doppio turno che favorirebbe il mercimonio dei voti;


 un maggioritario, come l’attuale, dove vince la coalizione che prendesse più voti, consentendo anche al senato il premio in base ai voti nazionali e non regionali.Naturalmente dovrebbe e potrebbe essere anche introdotta la decadenza automatica per chi, come Fini e i suoi o a seguito dello “scouting” di Bersani sui senatori grillini , cambiasse casacca dopo essere stato eletto per una coalizione o lista.Il resto, solo ordinaria amministrazione, perché un “governo del re” non ha alcun titolo per interferire nei rapporti politici o per imporre tasse o organizzare riforme.Per un governo del genere credo che Berlusconi, Bersani e Grillo potrebbero benissimo votare la fiducia in parallelo, sbloccare lo stallo e affrontarsi in una ordalia elettorale tra aprile e giugno.


venerdì 1 marzo 2013

La lezione che viene dalle urne


(lo) Le elezioni sono andate esattamente come tutti coloro che non seguono i sondaggi avevano previsto: paralisi totale del Parlamento e psicodramma democratico. Ma non si può dire che siano andate poi così male, perché sono una vera e propria lezione di fronte alla quale si aprono solo due possibilità: capirla e trarne le dovute conseguenze, oppure cadere dal ciglio del burrone nel quale ci troviamo e finire nel baratro, ed è giusto che la sordissima classe politica italiana si trovi di fronte a questo aut aut. Intanto il voto ha ristabilito una regola fondamentale della democrazia in cui nessuno credeva più: le urne possono davvero cambiare gli scenari politici, le opinioni e i sentimenti popolari hanno un peso, e bisogna tenerne conto.


È un’ovvietà che avevamo tutti dimenticato, avvitati come eravamo nella polarizzazione destra/sinistra, Roma vs Lazio, che aveva inutilmente caratterizzato le campagne elettorali dell’ultimo quindicennio, e questo è un indubbio merito della presenza in campo di Monti e Grillo. Il primo perché il suo flop è la riprova che quando sei chiamato a somministrare medicine quasi mortali puoi anche essere considerato un salvatore della patria, a patto però poi di scomparire dalla scena. Perché uno che ha imposto all’Italia il “fiscal compact” non è credibile quando parla di crescita; perché la sua società civile è fatta di persone lontanissime dalla durezza della vita quotidiana della maggioranza degli italiani, e perché il tipo di Europa incarnata dallo stesso Monti, e dal quale egli è amato – autocratica e autoreferenziale – non è né sentita né amata dagli italiani. Su Grillo c’è poco da dire.


Ha costruito un partito sull’insofferenza e lo scontento, sì, ma poi lo ha strutturato, lo ha dotato di un programma (credibile o meno è un altro discorso), e lo ha portato ad essere il primo partito italiano. Alla faccia di chi lo ha sfottuto fino all’altro ieri; alla faccia di chi gridava all’antipolitica e riduceva l’impresa grillina alle invettive del comico genovese. A prescindere da quello che faranno ora i deputati del M5S, la positività dell’ingresso nelle istituzioni di tante persone comuni, nuove, non avvezze alle regole dei palazzi romani, è enorme. È la dimostrazione che quello che la classe dirigente chiama spregiativamente populismo e antipolitica non è altro che legittimo scontento saputo diventare proposta politica, rinnovamento. Non c’è spauracchio che abbia tenuto. Certo, ora tutto dipenderà dalla coerenza che il partito saprà dimostrare nell’attività parlamentare; dopo simili aspettative una grande delusione non sarebbe sopportata, e un movimento con eletti e personalità piuttosto eterogenei forse potrebbe non sopravvivere. Altro discorso il Pd e il Pdl.


Alla sinistra è rimasta una unica certezza: quando si tratta di perdere non la batte nessuno. Perché? Perché rifiuta caparbiamente di diventare un partito socialdemocratico, anche quando ne ha la possibilità. Un partito che scarta il suo jolly per il cambiamento e si chiude a guscio nell’angusto perimetro di Sel e della Cgil è un partito che non vuole capire che questo paese non è di sinistra. Non di questa sinistra. Ma c’è un capolinea anche per i più ottusi, e il rinnovamento non sarà più rinviabile. È un’ottima notizia.