giovedì 30 ottobre 2025

E' una questione di principio...
C'è un caso di cronaca nera, molto mediatico, relativo all'omicidio di una ragazza perpetrato dal suo ex fidanzato che non accettava la separazione e forse anche altro, comunque persona rivelatasi, col senno di poi, instabile e pericolosa.
Non ci sono mai stati dubbi sulla colpevolezza dell'imputato, che è stato infatti condannato all'ergastolo, cioè al "fine pena mai", la sanzione più grave e definitiva prevista dal nostro ordinamento.
Con una lettera evidentemente tendente ad una captatio benevolentiae, il condannato annuncia di rinunciare all'appello, accettando la pena dell'ergastolo per la gravità del suo crimine.
L'appello, invece, lo propongono i pubblici ministeri, non contenti della massima pena, perchè non sono state contemplate le aggravanti tra cui il cosiddetto "stalking", cioè l'atteggiamento persecutorio.
Qualora fossero state considerate quelle aggravanti, non ci sarebbe stata una pena superiore, perchè l'ergastolo è il massimo possibile.
Capisco che "è una questione di principio", cioè che con un sistema giudiziario imbalsamato e di parrucconi, un precedente diventa un qualcosa cui capziosi Azzeccagarbugli potrebbero appigliarsi in un caso futuro, ma i giudici ci stanno proprio per evitare le storture simili, dovendo dirigere i processi come un vigile dirige il traffico, cioè cercando di snellire e arrivare, il prima possibile, ad una sentenza che sia certa e al di sopra di ogni ragionevole dubbio.
Mi domando pertanto, con il conclamato intasamento dei tribunali e la lunghezza esasperante dei nostri procedimenti, con quale criterio si possa concepire un ricorso in appello da parte dei pubblici ministeri, dopo che l'imputato, rinunciandovi, aveva accettato di scontare l'ergastolo, cioè il massimo della pena.
Tempo, costi, dolore rinnovato per arrivare ad una condanna che non potrà, in Italia, mai essere superiore a quella già comminata e accettata dall'imputato.
E qualcuno pensa ancora di votare contro la riforma della giustizia ?

domenica 26 ottobre 2025

 Vorrei ma non posso-

Mi fa quasi ridere — o forse piangere — la mania di chiamare “volenterosi” quel manipolo di nazioni che si riunisce per pontificare sul destino del mondo. Si riempiono la bocca di parole come pace, si avvolgono in bandiere arcobaleno e dichiarazioni di buone intenzioni, ma poi — con somma ipocrisia — spingono gli altri a combattere. Loro no, loro si limitano a soffiare sul fuoco, purché il fuoco bruci lontano da casa loro.
Sono i campioni del “vorrei ma non posso”: i condòmini dell’assemblea mondiale che, nascosti dietro la pianta ornamentale, istigano i vicini a urlare contro l’amministratore, salvo poi lamentarsi del rumore.
L’Unione Europea, poi, si è ormai specializzata nel coprirsi di ridicolo. Non bastavano anni di burocrazia inconcludente e decisioni a vuoto — no, servivano anche diciannove pacchetti di sanzioni alla Russia, partoriti da quella genialata di Draghi, che pareva convinto che bastasse un decreto per vincere una guerra.
Parlano di pace, sì. Ma ogni volta che aprono bocca, parte un’altra spedizione d’armi. È un po’ come organizzare una marcia per l’ambiente in SUV.
Eppure il primo passo verso la pace non è l’ennesimo pacchetto di sanzioni o l’ennesimo comunicato stampa in cui si irridono le proposte di chi, sul campo, sta avanzando. Il primo passo sarebbe avere il coraggio di revocare il mandato di cattura internazionale contro Putin e i suoi ministri, e subito dopo, cancellare tutte le sanzioni.
Solo allora si potrebbe dire: “Fermiamoci qui, sulla linea attuale, e parliamone davvero”.
Certo, anche Putin ci mette del suo per tenere vivo il conflitto: decisioni incomprensibili, scelte che puzzano di calcolo politico più che di strategia. Ma il punto resta lo stesso: nessuno vuole davvero fermarsi.
E poi arriva Trump, che — nel bene o nel male — almeno una proposta la mette sul tavolo: fermare le ostilità sulla linea del fronte e iniziare trattative vere, non i soliti teatrini diplomatici. Ha detto chiaro che l’Ucraina dovrà, volente o nolente, accettare delle perdite territoriali, ma in cambio riaprire scambi e rapporti, archiviare sanzioni e mandati.
Non sarà elegante, ma è realismo. E il realismo, oggi, manca come l’acqua nel deserto.
In fondo, questa guerra danneggia solo le economie della vecchia Europa — sia l’Ovest che la Russia. Gli unici a brindare sono gli Stati Uniti, che incassano miliardi vendendo armi pagate da noi. E intanto le solite “nazioni amiche” dell’Occidente, in realtà ostili da secoli, si arricchiscono alle nostre spalle: la Cina, che si proclamava alleata “incrollabile” della Russia, ora applica sanzioni a modo suo, quando le conviene. Non per ideologia, ma per profitto.
E noi? Noi, europei “volenterosi”, restiamo qui a imbastire convegni e conferenze, con il favore delle telecamere, a discutere del sesso degli angeli mentre Zelensky viene spinto a continuare una guerra che nessuno sa — o vuole — far finire.

giovedì 23 ottobre 2025

 Più tagli alla spesa, meno tasse-

I bilanci, si sa, sono una brutta bestia. E più sono pieni di spese già deliberate in passato — quelle che nessuno ha mai avuto il coraggio di tagliare — più diventano difficili da gestire.
Il ruolo del tesoriere, che si tratti di uno Stato o di una semplice bocciofila, è sempre il più ingrato: da un lato deve riscuotere le quote o le imposte dovute, dall’altro deve garantire la copertura finanziaria per ogni spesa programmata. E spesso, deve dire dei “no” — quasi sempre malvolentieri.
Chiunque abbia partecipato, anche nel suo piccolo, all’amministrazione di un ente, una bocciofila, un’associazione o una società sportiva, può intuire — moltiplicando all’ennesima potenza quell’esperienza — la difficoltà di un Ministro dell’Economia che deve far quadrare i conti di un Paese come l’Italia.
Dopo tre anni di Governo di Centro Destra, i risultati sembrano dare ragione a Giorgetti:
lo spread è stabilmente intorno agli 80 punti (dai 220 ereditati da Conte e Draghi), i rating internazionali migliorano, e il debito appare sotto controllo.
Proprio per questo, è con cautela che mi permetto di criticare quei provvedimenti — forse inevitabili — che prevedono nuove tasse o prelievi, di qualunque natura essi siano.
Mi riferisco in particolare all’aumento della cedolare sugli affitti e al prelievo sulle banche.
Forse, per far tornare i conti, non se ne può fare a meno. Ma, dal punto di vista di una sana economia liberale, rappresentano comunque una forma di male endemico: le tasse.
Quel peso che da decenni grava sull’economia italiana, frenandone crescita, iniziativa e libertà.
È chiaro che non si possa, dall’oggi al domani, azzerare la miriade di benefici, agevolazioni, rottamazioni e contributi che nel tempo si sono stratificati nel bilancio pubblico. Ma qualche taglio mirato alle spese che continuano a sostenere realtà che dovrebbero invece reggersi sul mercato, dovrebbe diventare una priorità.
Penso ai giornali, al cinema, ma anche alle ONG che si dichiarano “non governative” e poi cercano finanziamenti pubblici per coprire attività che dovrebbero essere fondate su liberalità private — come l’assistenza e l’accoglienza dei migranti.
Se davvero vogliamo invertire la rotta assistenzialista, dirigista e statalista che ha frenato l’Italia, dobbiamo avere il coraggio di togliere qualcosa a chi ha avuto troppo, per decenni, grazie a politiche clientelari e di privilegio.
Prima di introdurre una nuova tassa o un nuovo prelievo, lo Stato dovrebbe snellire la propria spesa, rendere il bilancio più essenziale e restituire ai cittadini e alle imprese un po’ di respiro.
Ridurre le tasse — e magari anche il loro numero — significherebbe permettere a ciascuno di spendere meglio, secondo le proprie priorità, invece di vedere i propri guadagni svanire verso Roma, dove spesso vengono redistribuiti in base alla forza di pressione di questo o quel gruppo di interesse.


mercoledì 22 ottobre 2025

 Sto col Generale Vannacci-

Non sono leghista, non sono una testa calda, non sono un uomo di estrema destra. Sono un Italiano, sono un uomo moderato, sono un cittadino che si è rotto le balle dell'immigrazione incontrollata e che non serve a nessuno. Sono un Italiano che è stanco dei soprusi e dei delinquenti per le strade- Sono un elettore che non ha più riferimenti, vede solo pressapochismo e uomini mediocri. Ma nel Signor Generale Vannacci, uomo preparato, colto, un eroe del nostro tempo per quello che ha dato un servitore dello Stato che ha dato molto al Paese e nessuno può negare. Vannacci incarna e dice quello che la maggioranza degli Italiani pensa ma teme di dire, purtroppo. A quelli che lo denigrano, combattono, che si sentono minacciati, dico che hanno paura di non contare più un cazzo, se mai hanno contato qualche cosa. Hanno paura di essere travolti da un uomo, uno di quelli che raramente passano nei nostri schermi, e che dopo Silvio Berlusconi erano scomparsi dai radar. Avanti signor Generale! quell'Italia silenziosa, poco ascoltata ma che produce, paga le tasse si sta rompendo le balle...